sabato 2 gennaio 2010

Consigli di lettura.



In occasione del trentennale del '68 ricordo che furono pubblicati una sfilza di saggi che ne demolivano i miti fondanti, ridicolizzando i vari "capetti" (alla Mario Capanna), l'appellomania (in realtà fu un prodotto dei primi Settanta) e i vari testi sacri (Marcuse, Lukacs, Sartre). Allora c'era il centrosinistra al governo, un centrosinistra pallido e inciucione, manco a dirlo con un D'Alema al governo che, solo qualche giorno fa, faceva il verso ad Adriano Sofri ("che nel '63 si alzava dall'assemblea e chiedeva a Togliatti perché non fate la rivoluzione?") In parte ci godetti, visto che parte del linguaggio sessantottino ci è giunto fino a noi, completamente burocratizzato, mentre i suoi inventori sono sapientemente finiti a dirigere le leve del potere mediatico berlusconiano.
Ma è anche vero nessuna rivolta, nei momenti storici successivi, si è trovata nella possibilità di incidere così tanto nella realtà, di influenzare così tanto le arti, il cinema, la letteratura, i mass media, la società, il linguaggio. Non andrebbe dimenticato, insomma, che una generazione non si giudica solo dalle sue eredità visibili (altrimenti il radicalismo anni Novanta potrebbe pure suicidarsi, avendoci consegnato il trionfo delle destra, il disastro climatico, la guerra permanente), ma dal senso di ottimismo, di entusiasmo e di empatia verso i mali del mondo che si è caricata sulle spalle. E dal senso di vera rottura nei confronti del passato. Ho trovato questa antologia quasi per caso, ed è commovente per il senso di gioiosa serietà che pervade ogni intervento , ogni pagina, ogni riga.
Rispetto ai tanti quarantenni che per darsi un tono e farsi beffe della catastrofe parlano come adolescenti in acido, come freak sempreggiovani, ho sempre ammirato i ventenni di un tempo che scrivevano con la consapevolezza e la gravità di chi sa d'essere davvero in prima linea.

«Quella dei "Quaderni piacentini" fu una rivoluzione di carta. Una storia di generazione e di amicizia. Nacque destinata a singoli e finì dentro le moltitudini della politica. Cominciò con un pranzo, anno 1962, mese di marzo, Piacenza. La casa era quella di Piergiorgio Bellocchio, via Poggiali, luce e libri. All'altro capo del tavolo Grazia Cherchi. Lui trentun anni, lei venticinque. Solitudine di provincia italiana. L'idea che si dovesse smuovere l'aria e la politica, "capire il mondo, provare a opporsi alle sue tendenze peggiori". Primo numero, sedici pagine dattiloscritte, cento lire. "Vogliamo sia un foglio di battaglia". Impegnato, vivo, serio. Provando "che si può essere seri senza essere noiosi. Con allegria". Le pagine di questa antologia sono un pezzo di quella storia. Da leggere non più con il cuore di allora e, com'è giusto, con occhi nuovi. Scoprendo la trama di quei giorni, la ricchezza, le illuminazioni e anche gli errori. Perché poi le donne e gli uomini fanno la storia, ma non sanno mai quale storia stanno facendo».

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