lunedì 11 gennaio 2010

Utopia.



In Paradise Now, del Living Theatre, era tutto semi-improvvisato: gli attori declamavano una rosario di tabù sociali, farneticavano, cadevano in trance, si spogliavano in scena. Molto spesso la polizia interveniva e poneva fine alle rappresentazione. In Brasile alcuni attori furono arrestati. Nel 1969 la loro tourné europea li porto in Italia, con un impatto e uno sconvolgimento inaspettati. Molti studenti si spostavano di città in città, pur di seguirli e ripetere quell’incantesimo ad ogni tappa. Poi tornavano con la testa sui libri. Ricordate Trintignant ne Il Sorpasso?

Mi sono sempre sentito un po’ come quegli studenti, strabiliati dalle novità. In questi anni ho scritto e letto molto, mosso da nient’altro che la curiosità verso il mondo. E dalla voglia di intervenire. Di lasciare un segno che non fosse soltanto su me stesso, né solo sulla mia famiglia, o sulla mia cerchia ristretta di ‘compagni’. Ma è sempre stata un’equazione difficile, me ne rendo conto. Dunque tantissimi i mal di testa; e il nervosismo, constante, ingiusto, proprio nei confronti di chi mi era più vicino. Inevitabilmente attribuivo quello stato di costante tensione, in fondo voluto, ad una sorta di ‘attesa”, che non sapevo ben spiegare. Si era sempre in “attesa” di qualcosa.

Per fortuna ho anche viaggiato molto, e mi piace ascoltare le storie altrui. Come quella di Federico, a Londra, con la sua “tribù” (la sua “banda”, direbbe Hakim Bey). Ma potrei fare molti altri esempi, magari più vicini e che riguardano non le élite quanto piuttosto il fondo della società: sono cresciuto per dieci anni in un ambiente povero, quello calabrese, eppure felice. Ero a contatto con quella felicità, e l’ho praticamente rimossa. Chiaramente ogni utopia nasconde anche il suo lato oscuro, e i suoi rischi: isolamento dalla realtà, autoreferenzialità, concentrazione su di sé, l’effimero spaventoso che attanaglia certe esperienze.

Eppure la scoperta di quelle esperienze, la consapevolezza che, da qualche parte, esistono, mi aveva scaldato il cuore. Avevo compreso visivamente, immediatamente, «irrazionalmente» e con tutti i miei sensi che l’utopia andava realizzata subito, non chissà quando, ma immediatamente. Non il socialismo dopo la presa del potere (e sappiamo che razza di socialismo sarebbe stato, appunto, dopo «la presa del potere»!). L’obiettivo delle minoranze deve essere anche quello di costruire e vivere nuovi rapporti tra le persone, e tra le persone e le altre creature, tra le persone e la natura, in questo momento, senza rinviare niente a dopo la «presa del potere». Quell’attesa, l’attesa del sole dell’avvenire, il rinvio a dopo la rivoluzione dei cambiamenti più radicali dell’individuo e del suo rapporto con gli altri è il ricatto della tradizione rivoluzionaria marxista: lotta, aspetta e vedrai. Mentre non c’è nulla da aspettare, e la stessa lotta è diversa se dentro di essa si costruiscono e vivono rapporti che sono subito «socialisti».

Purtroppo c’è sempre la tentazione dell’edonismo - il solo tempo che mi rimane è quello presente, e io voglio vivere e godere di questo presente - che è il sentimento della sconfitta, del nichilismo incoscio che porta a disprezzare il resto e le maggioranze, quando piuttosto sarebbe più utile, e giusto, persuadere, comunicare, connettere. Ho avuto sempre presente questo rischio – forse anche troppo – e in qualche modo mi sento come vaccinato.

Bisognerebbe quindi essere utopisti adesso e non solo domani: avere un'idea concreta del bene. Cercare un guado oltre la nebbia. Impegnarsi alla costruzione di un futuro per stare bene insieme, non solo con se stessi. Già qui e ora. E subito bisogna elaborare nuove strategie, nuovi modi di stare insieme, di unire in modo nuovo le persone, le creature, le cose.

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