Opera autoriale in senso strettissimo, baciata dal suo tempo come la fatica letteraria da cui è tratta; film già divenuto culto prima ancora di uscire nelle sale (per le voci sul cast, per la colonna sonora, le implicazioni e il set); opera perfetta sotto quasi sotto ogni aspetto: verista ma non pauperista, pasoliniana ma non moraleggiante, violenta ma non compiaciuta. Se vogliamo è un affresco, bellissimo e agghiacciante, che riassume solo il contesto del libro, e non i suoi intrecci economico-sociali: ma questa è la dimostrazione di quanto il regista ha sentito il film "suo", e non di Saviano o di Procacci (il produttore). Scrive Alessio Guzzano: "Garrone è un intimista post-industriale. Stile assoluto applicato allo stomaco." La scena del matrimonio, pochi secondi di raccordo tra due episodi, vale da sola il Gran Prix della Giuria. Esiste al momento un cinema italiano -europeo?- migliore di questo? Attendiamo fiduciosi l'altro prodigio di Cannes, Sorrentino. Del regista non perdetevi L'imbalsamatore. Tra gli sceneggiatori Maurizio Braucci e lo stesso Saviano.
Voto: 8