giovedì 24 dicembre 2009
Giudizio.
martedì 22 dicembre 2009
Narcisismo.
La cultura del narcisismo, come la chiamava Christopher Lasch, è cresciuta sul fallimento dei movimenti e delle rivoluzioni. Ci si è illusi - ci si è lasciati illudere - di una chissà quale diversità, unicità. Un’illusione anestetizzante che, mediante il ritornello secondo cui ognuno di noi è irripetibile e straordinario, apriva invece le porte all’omologazione e all’impotenza.
La grande pubblicità fa continuamente riferimento alla eccezionalità del singolo. I grandi manuali di self-help, dai motivatori di manager ai polpettoni di Coelho, parlano sempre dandoci del 'tu', fortissimamente 'tu', e mai del 'voi'. E meno che mai parlano di 'noi'. Come vincere, come star meglio, come sentirsi realizzati. Come e chi. Ma rispetto a cosa?
La logica è quella del divide et impera, coniugato all'infinitesimale: è molto più facile fare presa su una pagliuzza lasciata sola, piuttosto che su un gruppo compatto e consapevole.
Quanto tempo passiamo a consumare la nostra stessa immagine? Quante volte ci ripetiamo i nostri obiettivi e i nostri successi, veri o presunti, usando solo l'io come metro di giudizio? Poi un giorno ci si risveglia, come per uno shock, e si scopre che quell'io è stato travolto dalla realtà, senza preavviso, senza avvertimenti, e davanti la porta avevamo una montagna di lettere e di messaggi che volevano parlarci, confrontarsi, chiedere aiuto. Ma il tempo è così poco, dannazione!, il rifugio nella singolarità è un segno dei tempi e pure va capito chi non sa opporsi.
Forse bisognerebbe saper essere unici senza essere soli.
giovedì 17 dicembre 2009
Reduce.
sabato 12 dicembre 2009
Castrazione.
Che cos’è la fiction? La fiction è una parola recente, che distingue un prodotto nato per la televisione ma passato poi al cinema. La fiction ha creato un linguaggio omogeneizzato, evirato, metabolizzato, monocorde, basato sui manuali di sceneggiatura della televisione americana, che catalogano su modelli psicologici molto precisi gli impulsi della psiche. Dicono che ci vuole un personaggio comico, uno tragico, uno antagonista, etc… e che ci vuole la suspance. Guai a far mancare la suspance! Viene preparato dunque un minestrone sempre uguale: da noi, in mancanza di stimoli creativi diversi dalle pressioni politiche e clericali, stravince il trittico santi, preti e carabinieri. Pietoso. Certo, talvolta compaiono dei solerti, sfigati e bonari investigatori, brava gente in fondo. Ma sempre succubi del trittico di cui sopra.
All’interno della fiction ormai il dominatore incontrastato è racconto sentimentale, ovvero le piccole tragedie della gente comune. Della borghesia. Più precisamente, degli splendidi quarantenni della borghesia. La meno autonoma, economicamente e culturalmente, delle classi, ha l’assillo di essere depositaria dell’umano.* E di questo se ne compiace. Spariscono d'un colpo morte, povertà, dolore fisico, sporcizia, fallimenti, perdite, il senso di sgradevolezza e il senso della carne (così presente invece nel cinema tedesco e americano anni Settanta!): tutto ciò che può instillare dubbi e ansia, insomma.
I film italiani sono così. Sempre più simili alla fiction televisiva: una classificazione dei sentimenti da parte di persone, di splendidi quarantenni, che di sentimenti ne ha pochissimi. O se ce li ha, sono appiattiti, castrati. Per questo fanno quasi tutti vomitare.
* vedi Adorno!
mercoledì 2 dicembre 2009
Rivolta.
lunedì 30 novembre 2009
Intellettuali.

Come mai gli intellettuali sono così simili ai loro committenti? E perché sono ridotti ad essere un’appendice strumentale delle multinazionali, delle creative industries, di questa o quella istituzione, intrattenitori delle masse teleguidate dal “principe”, educatori senza interesse per gli educandi, ricercatori senza spazio per la ricerca, che cercano solo di accontentare chi li paga (magari inserendo di nascosto qualche slogan rivoluzionario tra le righe di codice html)?
Innanzitutto è il mercato che li vuole così: la competizione tra cervelli ha reso l’opera culturale poco redditizia: c’è sempre qualcun altro più sveglio e più affamato pronto a sostituirti con un’idea migliore. Le buone idee, del resto, sono appannaggio di sempre più persone, e trovare qualcosa di davvero innovativo è dannatamente complicato. Non a caso ormai si sente pronunciare la parola genio un po' ovunque, e si scopre magari che si sta parlando di un cantante rock vestito a tavolino o di un compositore furbetto che spaccia la sua balbuzie per timidezza.
Le corporations, dal canto loro, con intelligenza e lungimiranza hanno creato spazi imbottiti di ex-ribelli (stanchi di fare stage sottopagati), aggiungendo così al brand qualcosa di davvero grottesco: la componente anarchica, urban, green, e così via, a seconda delle mode e delle stagioni. Termini come riot, uprising, street, anarchy e awareness compaiono più nel linguaggio aziendale e dello spettacolo che in quello della vita quotidiana. Uno sfogo masturbatorio della rivolta. Ma autenticità, poca.
Che la classe intellettuale condivida con quella dirigente una visione pressoché identica del mondo, della società e dei meccanismi per blandirla, sfruttarla, soggiogarla, è un dato di fatto. Quasi naturale, antropologico. Più straziante ancora è però il modo in cui gli intellettuali abbiano copiato dalle vecchie forme d'esercizio del potere tratti di arroganza, superbia, intoccabilità; e la tentazione di correre sempre da soli, o in minoranze egoistiche del tutto scollegate dal resto. Convincere il cittadino-cliente della sua "unicità" non a caso è uno dei leit-motiv delle pubblicità. Eccentricità rispetto alle altre minoranze resistenti, ma concentricità verso il grande capitale: questo il sogno dei poteri forti. La classe intellettuale come un'arcipelago di paradisi off-shore: piccolissimi, indipendenti e buoni per far fruttare gli investimenti. Divide et impera, e non è mai stato così vero.
domenica 15 novembre 2009
Boom.
With a simplistic equation, you can support that fertility has always been parallel to happiness. And is an equation that takes an almost physical significance, even where development and the boom took place, albeit marginally: it was in the unforgettable reportages of Kapuscinski, where a recently de-colonialized Africa was packed out by consumables - Mirinda soft drinks, primitive tv ads, funny cars - and still colourful, chaotic, in turmoil. Happy.
The same artistic and demographic explosion have been lived by all peoples just leaving some sort of long and grey dictatorship, as the "Asian tigers". Or those giants for years exploited by the colonial powers and now risen again, even though with a thousand legacies of misery, as the Indian subcontinent, Brazil, Iran, Indonesia. And let us not forget the two-Germany of 1989: the Trabant car getting the wheels for the first time on the capitalist ground; the assaults to supermarkets: old fashion shows that are concrete signs of change. Something that an aged, replete and asleep country as Italy cannot understand. In The Millionaire (2008) film, the Bombay misérables followed the television deeds of their hero through the screen shared in an overcrowded shack, in the same fashion of the Roman and Milanese suburbs of the 1950s. Happiness is the physical sense of consumption, the overabundance, the landscape of cranes (like in Dubai or China). The feeling to be a rampant and young community.
Of that special fertility, many years after, feels a harrowing lack. Aside from wars and massacres nothing really new happened, and nothing really new seems to expect us at the gate. The major demographic, economic and cultural expansion seems to happen elsewhere and to the capitals of the old empires remains the training of their executives leaders. This great stagnation is as theft of hope. A future equal to the present may be sufficient for the elderly, may even reassure them. But is physiologically hostile to young people: it breaks the equation between happiness and fertility. Our only hope is to live at least a couple of boom, who knows where and who knows how. There are walls to tear down. They're often invisible.
sabato 14 novembre 2009
Molecular.

The collective psychology today focuses on the desire of consumption, free time, construction in its own future, then focuses its commitment towards immediate gain, in making money by money. It is necessary to give a moral judgement on this new reality, which is not a national, nor continental, but a worldwide standard? No, and it would be more then stupid: it would be useless. Facts are facts and figures are figures. They explain the social malaise, solitary mass neurosis, abandonment and indeed the refusal of the politics, the indifference towards growing issues of legality, the fall of solidarity. But also, as a positive side, the discovery of the risk as the value. You also explain the effectiveness of demagogy and plebiscitarism over a moltutude of individualities dispersed into a lonely crowd. This kind of society is therefore physiologically oriented towards the Berlusconian-right.
In a molecular society the most nagging problem is to rebuild the civilisation in a humanist sense: not as a dictatorial idea of Good, understood as ideology and redemption, but rather as the goodness culture and as a concrete and individual experience. And, at the same time, with patience and humility, to keep contacts with the community, with other molecules: for a policy of innovation, efficiency, new enthusiasm, new securities, new solidarity, new rights and new duties. The problem is to have cold blood and warm heart. And feeling like fighting. Fighting involves risk, but is this not the society of risks?
domenica 1 novembre 2009
Alieni.
Sono sempre le più inquietanti le traiettorie biografiche che scelgono il radicalismo violento, l'estremismo, l'isolazionismo non in giovane età, ma con la maturità, a quaranta o cinquant'anni. I ragazzini che giocano a fare i terroristi si limitano a inneggiare alla violenza su qualche social forum, hanno dalla loro l'ignoranza e l'aggressività dell'ignoranza: è una scelta dopata dal sovraccarico ormonale. Al contrario, sono sempre stato affascinato dalla psicologia dei terroristi - o pseudo-tali - dai capelli bianchi: cosa leggono nell'attualità, cosa si propongono, a cosa aspirano? Il loro è puro esibizionismo, o tragica illusione che scade nel grottesco? Un vecchio patriarca afgano che arma se stesso e i propri nipoti contro gli americani ha, per lo meno e con tutto il dramma che ne consegue, l'eccitante prospettiva di vedere gli yankee ritirarsi da quel disgraziato paese entro i prossimi dieci anni: sa che potrà ancora vivere qualche anno di autarchia nei suoi feudi tribali e sotto l'egida dei capitribù locali. Ma i neobrigatisti italiani! Come hanno fatto a sopravvivere per trenta o quarant'anni di militanza in un mondo che sentivano, umanamente e culturalmente, così alieno da scegliersi come bersaglio anonimi funzionari ministeriali, giuslavoristi, sindacalisti, esperti di diritto del lavoro?
venerdì 30 ottobre 2009
C come Complicità.
sabato 3 ottobre 2009
S come Sporcarsi.

Il fatto è che il gesto di sporcarsi le mani sarebbe la smentita non solo di una certa concezione di vivere civile, ma di un'intera concenzione della propria esistenza. Costoro sono dei "professionisti" (letterati, curatori, designer, insegnanti, etc.), degli "esperti", "specializzati" in qualcosa insomma, che è cosa ben diversa dall'essere un intellettuale. Nel senso pasoliniano del termine. Concepiscono la vita civile solo come settorialità specifica e separata.
Invece occorrerebbe, mai come ora, la figura dell'intellettuale anti-postmodernista, che fa un discorso sul mondo, sempre. Figlio della necessità, della nuova situazione storica che lo ha spinto alla marginalità e alla "resistenza". Facile essere "specializzato" ed "esperto" di qualcosa nelle capitali imperiali del mondo, come impeccabili macchiette animali dello zoo, come gli orsi bianchi di Berlino: ma quello che manca è un intellettuale delle periferie.
I postmodernisti dicono che la realtà non esiste più e che si vive nella post-realtà: scambiano un effetto ideologico, la derealizzazione, con la scomparsa della realtà. Si raccontano una loro storia vittimistica e autoconsolatoria. Trasformano la vicenda di una generazione di abitanti privilegiati dell’Occidente in ideologia e in visione del mondo complessiva. Non importa se accanto a loro ci sono i migranti che attraversano il Mediterraneo o le famiglie travolte dalla crisi economica. Loro appartengono alla razza di chi non conosce il trauma. Non possono che detestare gli "impegnati", i retorici, gli "ossessionati", che il trauma glielo sbattono in faccia. Del resto si sono formati in anni di ilare nichilismo televisivo. L'antidoto al post-modernismo è venuto dopo: con la generazione dei precari, dei giovani disperati senza futuro asfissiati dalle mafie d'ogni genere e luogo, che hanno molto in comune con i marginali e i migranti appena giunti nel nostro Paese.
Come possono capirlo quanti si barricano dietro la protesta politica ridotta a battute di spirito (fatte circolare, ora, via internet), la chiusura in piccole cricche, il formalismo, la torre d’avorio di una presunta purezza che eviterebbe qualsiasi contaminazione con la mediocritas del mondo?
I postmodernisti, gli "addetti ai lavori", oggi sono dei provinciali.
lunedì 21 settembre 2009
venerdì 18 settembre 2009
T come Tetrodotossina.
Il veleno funziona così: prima un leggero intorpidimento della lingua e delle labbra. Successivamente arriva un formicolìo sulla faccia e sulle estremità, che può essere seguito da sensazione di leggerezza. Possono comparire anche mal di testa, dolore epigastrico, nausea, diarrea e/o vomito. Il secondo stadio dell'intossicazione è costituito da una paralisi ingravescente: molte vittime dell'intossicazione sono incapaci di muoversi e possono presentare difficoltà anche a mantenere la posizione seduta. Viene colpito anche il linguaggio.
Alla fine la vittima, nonostante sia completamente paralizzata, può essere cosciente e in alcuni casi completamente lucida fino a poco prima della morte.
In Giappone il pesce palla viene ancora servito, trattato da pochi cuochi diplomati che sanno bene come estrarre il veleno dalle carni. Il segreto, dicono, è lasciargli un po’ di quella tossina sufficiente a dare un po’ di formicolio alle labbra e alla lingua, e un senso di leggera euforia.
lunedì 3 agosto 2009
D come Denaro.
F come Famiglia.
G come Grido.
domenica 2 agosto 2009
C come Classifiche.
domenica 26 luglio 2009
T come Tabù.
sabato 25 luglio 2009
D come Dolore
Il dolore esiste 'in mezzo', tra il soggetto e il mondo circostante: il suo posto è nel limbo rossastro delle percezioni. Quando è con noi, il dolore agisce come un filtro sporco, come un guardiano malevolo posto alla dogana del transito delle impressioni tra il mondo e noi e tra noi e il mondo. Il dolore è sempre totalizzante, pretende concentrazione assoluta e blocca eficcemente ogni possibile distrattore che provenga dal mondo esterno. Per quanto riguarda le distrazioni che sorgono naturalmente nei nostri pensieri, il dolore le sa addomesticare e, come un mandriano, le fa girare attorno a se stesso. Nulla gli sfugge.
Il dolore ha successo là dove i nostri sforzi coscienti di addomesticare la mente e di regolare le percezioni faliscono. Dovremmo imparare dal dolore: la sua infallibilità, la sua precisione, la sua rapidità, la sua onnipresenza.