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giovedì 24 dicembre 2009

Giudizio.

Dopo l’offesa, c’è il giudizio. Chi sceglie la rivolta si arroga anche il diritto di giudicare. Sono profondamente convinto che abbiano ragione il Vangelo e Tolstoj quando insegnano a non giudicare: “Chi è senza peccato…". Ma in un contesto come quello di oggi, se vai a vedere quello che combinano le multinazionali, se leggi un giornale, se commenti un atto di terrorismo, se guardi cosa comportano le scelte dei leader che stanno sulla-tua-testa, se insomma esprimi pubblicamente il lavorio del tuo intelletto e il risultato delle tue riflessioni, come fai a non giudicare? Devi giudicare. È fondamentale giudicare. Più difficile è, piuttosto, non cadere nella megalomania, nel narcisismo, nell’ambizione, nella vanità. E cercare di ricondurre sempre il giudizio nel solco di una fondamentale comprensione. O, meglio, di una pietà nei confronti del tuo prossimo, anche del peggiore.

martedì 22 dicembre 2009

Narcisismo.

La cultura del narcisismo, come la chiamava Christopher Lasch, è cresciuta sul fallimento dei movimenti e delle rivoluzioni. Ci si è illusi - ci si è lasciati illudere - di una chissà quale diversità, unicità. Un’illusione anestetizzante che, mediante il ritornello secondo cui ognuno di noi è irripetibile e straordinario, apriva invece le porte all’omologazione e all’impotenza.

La grande pubblicità fa continuamente riferimento alla eccezionalità del singolo. I grandi manuali di self-help, dai motivatori di manager ai polpettoni di Coelho, parlano sempre dandoci del 'tu', fortissimamente 'tu', e mai del 'voi'. E meno che mai parlano di 'noi'. Come vincere, come star meglio, come sentirsi realizzati. Come e chi. Ma rispetto a cosa?

La logica è quella del divide et impera, coniugato all'infinitesimale: è molto più facile fare presa su una pagliuzza lasciata sola, piuttosto che su un gruppo compatto e consapevole.

Quanto tempo passiamo a consumare la nostra stessa immagine? Quante volte ci ripetiamo i nostri obiettivi e i nostri successi, veri o presunti, usando solo l'io come metro di giudizio? Poi un giorno ci si risveglia, come per uno shock, e si scopre che quell'io è stato travolto dalla realtà, senza preavviso, senza avvertimenti, e davanti la porta avevamo una montagna di lettere e di messaggi che volevano parlarci, confrontarsi, chiedere aiuto. Ma il tempo è così poco, dannazione!, il rifugio nella singolarità è un segno dei tempi e pure va capito chi non sa opporsi.

Forse bisognerebbe saper essere unici senza essere soli.

giovedì 17 dicembre 2009

Reduce.

Se c’è qualcosa che detesto è il reducismo. A ogni giorno la sua fatica, la sua pena, il suo «ben fare», la sua ostinazione. Desto coloro ai quali è capitato di vivere una bella stazione e che ci campano su per tutta la vita. E ancor di più quelli che, per giustificare la loro inoperosità attuale, esaltano la violenza del passato.
No. È insopportabile onorare i morti della Resistenza con monumenti ‘ai caduti di tutte le guerre’. Inaugurati da Vescovo, Prefetto, Presidente-del-tribunale, Commissari, Intendenti e Soprintendenti. È insopportabile vedere esaltata la guerriglia africana da chi non è mai stato a Sud di Lampedusa; o l’accusa di complicità-con-il-regime verso chi ha successo, da parte di chi è vissuto una vita con i finanziamenti pubblici!
Ma forse la cosa più insopportabile è l’arroganza con cui chi ha avuto la fortuna di vivere ‘anni formidabili’ giudica qualunque tentativo di superarli, di guardare oltre. Fanno davvero pena, con la loro commozione e la loro splendidezza.
Bel risultato, il loro: quando il passato non fa più paura a nessuno, allora lo si esalta: morto il terrorismo, viva il terrorismo! Raccomandava un ferroviere cecoslovacco, poco prima di essere fucilato dai nazisti: ‘Quando da voi si farà pulizia, mi raccomando fatela bene, così che duri per sempre’.
Ahimé la pulizia l’hanno fatta gli altri, e molti fanno ancora finta di non essersene accorti.

sabato 12 dicembre 2009

Castrazione.

Lavori per la grana o per scopare
domanda all'infermiera una donna portata dagli agenti,
in preda ad una collera che già
non è più sua. Grida: le pollastrelle
di sopra finiscono poi sempre per sporcare
quelle di sotto, e se ne va
verso il letto sbilenco in cui la cara
innocenza si fa una volta ancora
una verginità. Voi non volete,
aggiunge, mai salvare
quello che è già perso. La tv,
scrive sul formulario l'internista,
sembra che ormai non le interessi più.
- Hédi Kaddour, 2000.


Che cos’è la fiction? La fiction è una parola recente, che distingue un prodotto nato per la televisione ma passato poi al cinema. La fiction ha creato un linguaggio omogeneizzato, evirato, metabolizzato, monocorde, basato sui manuali di sceneggiatura della televisione americana, che catalogano su modelli psicologici molto precisi gli impulsi della psiche. Dicono che ci vuole un personaggio comico, uno tragico, uno antagonista, etc… e che ci vuole la suspance. Guai a far mancare la suspance! Viene preparato dunque un minestrone sempre uguale: da noi, in mancanza di stimoli creativi diversi dalle pressioni politiche e clericali, stravince il trittico santi, preti e carabinieri. Pietoso. Certo, talvolta compaiono dei solerti, sfigati e bonari investigatori, brava gente in fondo. Ma sempre succubi del trittico di cui sopra.
All’interno della fiction ormai il dominatore incontrastato è racconto sentimentale, ovvero le piccole tragedie della gente comune. Della borghesia. Più precisamente, degli splendidi quarantenni della borghesia. La meno autonoma, economicamente e culturalmente, delle classi, ha l’assillo di essere depositaria dell’umano.* E di questo se ne compiace. Spariscono d'un colpo morte, povertà, dolore fisico, sporcizia, fallimenti, perdite, il senso di sgradevolezza e il senso della carne (così presente invece nel cinema tedesco e americano anni Settanta!): tutto ciò che può instillare dubbi e ansia, insomma.
Bisogna stare quieti, rilassarsi, svagare, svuotare il cervello - altra espressione entrata nell'uso comune.
I film italiani sono così. Sempre più simili alla fiction televisiva: una classificazione dei sentimenti da parte di persone, di splendidi quarantenni, che di sentimenti ne ha pochissimi. O se ce li ha, sono appiattiti, castrati. Per questo fanno quasi tutti vomitare.


* vedi Adorno!

mercoledì 2 dicembre 2009

Rivolta.



“Un’esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la ‘felicità pubblica’, il che vuol dire che quando l’uomo partecipava alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa.”
- Hannah Arendt, 1963.

Negli anni Sessanta Camus ha elaborato una grande formula: «mi rivolto, dunque siamo». La mia ribellione la vivo come qualcosa che riguarda subito me, la mia individualità, ma poi nella rivolta ritrovo gli altri, la comunità, la collettività, l’umanità.
Ora la formula è rovesciata. Nella comunità, nella collettività, nell’humanitas ci si immerge soltanto per ritrovare se stessi, il proprio temperamento e la soddisfazione dei propri bisogni: adducendo come motivo il fallimento delle ideologie, l’odio profondo per ogni forma di potere, l’ignoranza delle masse.
L’azione pubblica così come l’abbiamo idealizzata per quarant’anni è evidentemente giunta su un binario morto. Non a caso sorgono nuove e variopinte forme di radicalismo che prescindono dalla presenza fisica dei partecipanti. Non a caso c’è una fuga generalizzata verso un idealizzato stato naturale, di micro-comunitas, dove la felicità potrebbe essere a portata di mano nella semplice della vitalità dei sensi, nel godimento dei propri affetti.
Non a caso ci sono Facebook, Indymedia e i forum virtuali per sfogare la violenza.
L’urgenza e la disperazione sono scomparsi, nessuno sente piu’ necessario sorreggere il fardello di una qualche coerenza collettiva. Eppure, non si può dire che agire sia divertente come quando c’erano l’urgenza e la disperazione.

Cosa resta? Resta, forse, quello che teorizzava Camus, quattro decenni fa: la distinzione - necessaria - tra rivoluzione e rivolta. La prima è un fuoco di paglia; finito il falò, tutto riprende da capo, magari in peggio. La rivolta, è un’altra cosa: è azione permanente.
«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice sì, fin dal suo primo muoversi». Quelle due parole, non accetto, valgono anche nel corso della rivolta, dopo la rivolta, sempre.

lunedì 30 novembre 2009

Intellettuali.



"Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato di staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati."
- Eric J. Hobsbawn, 1993


Come mai gli intellettuali sono così simili ai loro committenti? E perché sono ridotti ad essere un’appendice strumentale delle multinazionali, delle creative industries, di questa o quella istituzione, intrattenitori delle masse teleguidate dal “principe”, educatori senza interesse per gli educandi, ricercatori senza spazio per la ricerca, che cercano solo di accontentare chi li paga (magari inserendo di nascosto qualche slogan rivoluzionario tra le righe di codice html)?
Innanzitutto è il mercato che li vuole così: la competizione tra cervelli ha reso l’opera culturale poco redditizia: c’è sempre qualcun altro più sveglio e più affamato pronto a sostituirti con un’idea migliore. Le buone idee, del resto, sono appannaggio di sempre più persone, e trovare qualcosa di davvero innovativo è dannatamente complicato. Non a caso ormai si sente pronunciare la parola genio un po' ovunque, e si scopre magari che si sta parlando di un cantante rock vestito a tavolino o di un compositore furbetto che spaccia la sua balbuzie per timidezza.
Le corporations, dal canto loro, con intelligenza e lungimiranza hanno creato spazi imbottiti di ex-ribelli (stanchi di fare stage sottopagati), aggiungendo così al brand qualcosa di davvero grottesco: la componente anarchica, urban, green, e così via, a seconda delle mode e delle stagioni. Termini come riot, uprising, street, anarchy e awareness compaiono più nel linguaggio aziendale e dello spettacolo che in quello della vita quotidiana. Uno sfogo masturbatorio della rivolta. Ma autenticità, poca.
Che la classe intellettuale condivida con quella dirigente una visione pressoché identica del mondo, della società e dei meccanismi per blandirla, sfruttarla, soggiogarla, è un dato di fatto. Quasi naturale, antropologico. Più straziante ancora è però il modo in cui gli intellettuali abbiano copiato dalle vecchie forme d'esercizio del potere tratti di arroganza, superbia, intoccabilità; e la tentazione di correre sempre da soli, o in minoranze egoistiche del tutto scollegate dal resto. Convincere il cittadino-cliente della sua "unicità" non a caso è uno dei leit-motiv delle pubblicità. Eccentricità rispetto alle altre minoranze resistenti, ma concentricità verso il grande capitale: questo il sogno dei poteri forti. La classe intellettuale come un'arcipelago di paradisi off-shore: piccolissimi, indipendenti e buoni per far fruttare gli investimenti. Divide et impera, e non è mai stato così vero.
Il concetto, pure ipocrita, di “modificare il capitalismo dall’interno” è stato definitivamente superato: più semplicemente, hanno soprattutto accettato, i migliori, quelli non del tutto riconciliati con l’esistente, di separare con serenità il pensiero dall’azione. In nome della borghesissima pace dei sensi. E di opporsi alle richieste dei poteri politici, economici e mediatici solo con modi rigorosamente aristocratici. Dalle nicchie di benessere ritrovato. Sparando a zero su quelli che ancora, in nome delle maledette ideologie, si ostinano a far politica per strada e non da una scrivania, e ritagliano cartelloni, e partecipano a convegni con gente qualunque e continuano a ripetere quelle due paroline: non accetto. È per questo tradimento, per questa incapacità di essere umili, a portare pazienza, a lasciar che ciò che non è inferno cresca (è alla base poi di ogni opposizione radicale, sia essa di ispirazione non violenta, buddhista o anche cristiana), che gli intellettuali contano così poco, e non sono più una categoria di riferimento se non per se stessi. E come imbonitori delle novità del mercato.

domenica 15 novembre 2009

Boom.



The post-war economic expansion, also known as the "long boom" and the "Golden Age of Capitalism", was an international period of economic prosperity in the mid 20th century which followed the end of World War II in 1945, and lasted until the early 1970s, ending with the collapse of the Bretton Woods system in 1971, the 1973 oil crisis, and the 1973–1974 stock market crash. Historians are divided on periodizing that unrepeatable stage, which varied from country to country, continent to continent. But there's one thing you cannot discuss: the "boom" began after the bloodiest war in history, when the West was in ashes, and finished when the old welfare had been reprised and far exceeded. Europe and Western world would never again reach a time like that.
It is no coincidence if ever in that twenty years (or thirty years) you reached the maximum rate of fertility that the West and the world have never crossed. In both the human field, with more than 77 million Americans born between 1946 and 1964, and the artistic field, where popular culture lived an unrivalled season of creativity.
With a simplistic equation, you can support that fertility has always been parallel to happiness. And is an equation that takes an almost physical significance, even where development and the boom took place, albeit marginally: it was in the unforgettable reportages of Kapuscinski, where a recently de-colonialized Africa was packed out by consumables - Mirinda soft drinks, primitive tv ads, funny cars - and still colourful, chaotic, in turmoil. Happy.
The same artistic and demographic explosion have been lived by all peoples just leaving some sort of long and grey dictatorship, as the "Asian tigers". Or those giants for years exploited by the colonial powers and now risen again, even though with a thousand legacies of misery, as the Indian subcontinent, Brazil, Iran, Indonesia. And let us not forget the two-Germany of 1989: the Trabant car getting the wheels for the first time on the capitalist ground; the assaults to supermarkets: old fashion shows that are concrete signs of change. Something that an aged, replete and asleep country as Italy cannot understand. In The Millionaire (2008) film, the Bombay misérables followed the television deeds of their hero through the screen shared in an overcrowded shack, in the same fashion of the Roman and Milanese suburbs of the 1950s. Happiness is the physical sense of consumption, the overabundance, the landscape of cranes (like in Dubai or China). The feeling to be a rampant and young community.
Of that special fertility, many years after, feels a harrowing lack. Aside from wars and massacres nothing really new happened, and nothing really new seems to expect us at the gate. The major demographic, economic and cultural expansion seems to happen elsewhere and to the capitals of the old empires remains the training of their executives leaders. This great stagnation is as theft of hope. A future equal to the present may be sufficient for the elderly, may even reassure them. But is physiologically hostile to young people: it breaks the equation between happiness and fertility. Our only hope is to live at least a couple of boom, who knows where and who knows how. There are walls to tear down. They're often invisible.

sabato 14 novembre 2009

Molecular.



HERE is the european post-industrial economy: millions of small entrepreneurs, professionals, millions of self-employed, millions of submerged workers. If the most important revolution from 1950 to 1975 consisted in the disappearance of peasants, the engine of change in the past thirty years had established in labour and society through a huge dose of individual subjectivity. This radically new structure has broken the distinctions of class and social cohesion; places of convergence and solidarity of interests exist no more, replaced by a huge molecular middle class. Each individual looks only for the path of achievement and mobility.
The collective psychology today focuses on the desire of consumption, free time, construction in its own future, then focuses its commitment towards immediate gain, in making money by money. It is necessary to give a moral judgement on this new reality, which is not a national, nor continental, but a worldwide standard? No, and it would be more then stupid: it would be useless. Facts are facts and figures are figures. They explain the social malaise, solitary mass neurosis, abandonment and indeed the refusal of the politics, the indifference towards growing issues of legality, the fall of solidarity. But also, as a positive side, the discovery of the risk as the value. You also explain the effectiveness of demagogy and plebiscitarism over a moltutude of individualities dispersed into a lonely crowd. This kind of society is therefore physiologically oriented towards the Berlusconian-right.
In a molecular society the most nagging problem is to rebuild the civilisation in a humanist sense: not as a dictatorial idea of Good, understood as ideology and redemption, but rather as the goodness culture and as a concrete and individual experience. And, at the same time, with patience and humility, to keep contacts with the community, with other molecules: for a policy of innovation, efficiency, new enthusiasm, new securities, new solidarity, new rights and new duties. The problem is to have cold blood and warm heart. And feeling like fighting. Fighting involves risk, but is this not the society of risks?

domenica 1 novembre 2009

Alieni.

Una delle neo-brigatiste condannate per l'omicidio Biagi nel 2002 si è impiccata in carcere, a Roma. Ha tagliuzzato le sue lenzuola, e poi le ha annodate formando un cappio ben stretto. Inizialmente, al momento della condanna, Diana Blefari (questo il suo nome) si era mostrata sicura di sé, ricalcando l'atteggiamento già assunto da Nadia Desdemone Lioce, la mente della nuova organizzazione terroristica. Ben presto però le certezze si erano incrinate, lasciando spazio a un profondo stato di prostrazione psichica. Il giorno della condanna in primo grado fece a pezzi tutto quello che riuscì ad afferrare. Una scena violentissima, seguita da astenia, autoisolamento, rifiuto del cibo e dei liquidi. Poche ore prima del suicidio le era arrivata anche la conferma dell'ergastolo in Cassazione.
Sono sempre le più inquietanti le traiettorie biografiche che scelgono il radicalismo violento, l'estremismo, l'isolazionismo non in giovane età, ma con la maturità, a quaranta o cinquant'anni. I ragazzini che giocano a fare i terroristi si limitano a inneggiare alla violenza su qualche social forum, hanno dalla loro l'ignoranza e l'aggressività dell'ignoranza: è una scelta dopata dal sovraccarico ormonale. Al contrario, sono sempre stato affascinato dalla psicologia dei terroristi - o pseudo-tali - dai capelli bianchi: cosa leggono nell'attualità, cosa si propongono, a cosa aspirano? Il loro è puro esibizionismo, o tragica illusione che scade nel grottesco? Un vecchio patriarca afgano che arma se stesso e i propri nipoti contro gli americani ha, per lo meno e con tutto il dramma che ne consegue, l'eccitante prospettiva di vedere gli yankee ritirarsi da quel disgraziato paese entro i prossimi dieci anni: sa che potrà ancora vivere qualche anno di autarchia nei suoi feudi tribali e sotto l'egida dei capitribù locali. Ma i neobrigatisti italiani! Come hanno fatto a sopravvivere per trenta o quarant'anni di militanza in un mondo che sentivano, umanamente e culturalmente, così alieno da scegliersi come bersaglio anonimi funzionari ministeriali, giuslavoristi, sindacalisti, esperti di diritto del lavoro?
Diana Blefari, "compagna Maria" per i suoi colleghi, nel 2002 assisteva al secondo anno di governo Berlusconi. La destra sempre più forte. La sinistra divisa e annichilita. I conservatori e xenofobi in rimonta in tutta Europa. Proprio come adesso, sette anni dopo.

venerdì 30 ottobre 2009

C come Complicità.

Se si studia a fondo il mondo dell'arte contemporanea, si scoprirà che essa è una delle realtà piu' specchianti del nostro tempo: l'arte intesa innanzitutto come strumento di potere, per emergere sotto forma di status distanziante (l'Io-centro lontano dall'uomo-massa); per sovrapporre al proprio anonimato un'etichetta maiuscola (l'Artista) che sancisce l'avvenuto distacco dall'odiosa mediocritas. Del resto ogni opera d'arte, dal libro al film, è di per sè uno strumento di pressione, in quanto prodotto attraverso meccanismi economico-tecnici (la stamperia, la catena di montaggio, il laboratorio, lo spazio espositivo) sempre piu' caratterizzati dalla loro sfrenata dipendenza dal capitale globale. Anche i piu' volenterosi scribacchini, per vedersi pubblicare un romanzo illegibile, ormai ricorrono alle famigerate case editrici fai-da-te, rinnegando il mercato ma diventandone parte integrande de facto.
Eppure, mai come ora, la mediocritas nutre questo smisurato ripiego nell'Ego. Che al tempo stesso, mai come ora, la rinnega, soffondola nell'individualismo sfrenato. Gli artisti contemporanei sono tra le classi culturali meno coinvolte degli ultimi trent'anni, e insieme tra le piu' compromesse. La fretta, l'ansia del denaro, della carriera, del successo (inteso appunto come status), hanno fatto sì che ovunque si giri lo sguardo si trovino tracce emblematiche di questa incorearenza tra premesse e realtà: operazioni di marketing psicologico da parte delle corporation spacciate per esperimenti d'avanguardia, valanghe di denunce (documentaristiche, saggistiche, teatrali, etc.) che non si sporcano piu' con uno straccio di proposta, di intervento, di attivismo reale e concreto. Il precariato creativo, insurgencia da salotto, accetta i cospicui assegni e tace, spacciando il suo silenzio come frutto della post-ideologia dei nostri tempi.
Cos'è la creatività radicale, oggi, se non il campo piu' ambiguo dove esprimere la propria alterità? La creatività sempre piu' spesso diventa complice di un sistema di potere che vorrebbe cambiare: ne viene fagocitata, assorbita completamente, e poi esplulsa sotto forme irriverenti che lasciano reiterare questo gioco all'infinito.

sabato 3 ottobre 2009

S come Sporcarsi.



E' inquietante la categoria degli "addetti ai lavori", ormai diffusissimi in ogni luogo e in ogni fascia d'età, che nell'attività pubblica (e sociale) dell'individuo badano solo alla forma, al "limare le parole", all'attrattiva che la "superficie" esercita su di loro; la categoria umana, ahimé, di chi non ha più nulla per cui valga la pena di lottare; di chi vive nel privilegio di una vita disillusa e protetta. E nell’attività politica, civile, di chi si impegna e si "sporca le mani" vede solo manovre furbe per avere successo.

Il fatto è che il gesto di sporcarsi le mani sarebbe la smentita non solo di una certa concezione di vivere civile, ma di un'intera concenzione della propria esistenza. Costoro sono dei "professionisti" (letterati, curatori, designer, insegnanti, etc.), degli "esperti", "specializzati" in qualcosa insomma, che è cosa ben diversa dall'essere un intellettuale. Nel senso pasoliniano del termine. Concepiscono la vita civile solo come settorialità specifica e separata.

Invece occorrerebbe, mai come ora, la figura dell'intellettuale anti-postmodernista, che fa un discorso sul mondo, sempre. Figlio della necessità, della nuova situazione storica che lo ha spinto alla marginalità e alla "resistenza". Facile essere "specializzato" ed "esperto" di qualcosa nelle capitali imperiali del mondo, come impeccabili macchiette animali dello zoo, come gli orsi bianchi di Berlino: ma quello che manca è un intellettuale delle periferie.

I postmodernisti dicono che la realtà non esiste più e che si vive nella post-realtà: scambiano un effetto ideologico, la derealizzazione, con la scomparsa della realtà. Si raccontano una loro storia vittimistica e autoconsolatoria. Trasformano la vicenda di una generazione di abitanti privilegiati dell’Occidente in ideologia e in visione del mondo complessiva. Non importa se accanto a loro ci sono i migranti che attraversano il Mediterraneo o le famiglie travolte dalla crisi economica. Loro appartengono alla razza di chi non conosce il trauma. Non possono che detestare gli "impegnati", i retorici, gli "ossessionati", che il trauma glielo sbattono in faccia. Del resto si sono formati in anni di ilare nichilismo televisivo. L'antidoto al post-modernismo è venuto dopo: con la generazione dei precari, dei giovani disperati senza futuro asfissiati dalle mafie d'ogni genere e luogo, che hanno molto in comune con i marginali e i migranti appena giunti nel nostro Paese.

Come possono capirlo quanti si barricano dietro la protesta politica ridotta a battute di spirito (fatte circolare, ora, via internet), la chiusura in piccole cricche, il formalismo, la torre d’avorio di una presunta purezza che eviterebbe qualsiasi contaminazione con la mediocritas del mondo?

I postmodernisti, gli "addetti ai lavori", oggi sono dei provinciali.

lunedì 21 settembre 2009

P come Provincialismo.

venerdì 18 settembre 2009

T come Tetrodotossina.

Il pesce palla: una prelibatezza, secondo la cucina giapponese. Che però può essere mortale. Perché contiene un veleno più potente del cianuro: la tetrodotossina.
Il veleno funziona così: prima un leggero intorpidimento della lingua e delle labbra. Successivamente arriva un formicolìo sulla faccia e sulle estremità, che può essere seguito da sensazione di leggerezza. Possono comparire anche mal di testa, dolore epigastrico, nausea, diarrea e/o vomito. Il secondo stadio dell'intossicazione è costituito da una paralisi ingravescente: molte vittime dell'intossicazione sono incapaci di muoversi e possono presentare difficoltà anche a mantenere la posizione seduta. Viene colpito anche il linguaggio.
Alla fine la vittima, nonostante sia completamente paralizzata, può essere cosciente e in alcuni casi completamente lucida fino a poco prima della morte.
In Giappone il pesce palla viene ancora servito, trattato da pochi cuochi diplomati che sanno bene come estrarre il veleno dalle carni. Il segreto, dicono, è lasciargli un po’ di quella tossina sufficiente a dare un po’ di formicolio alle labbra e alla lingua, e un senso di leggera euforia.

lunedì 3 agosto 2009

D come Denaro.

Non ricordo, in nessun momento della mia vita, di avere sentito un particolare attaccamento al denaro. Non certo da bambino, quando sapevo che certo, soltanto per colpa del mutuo sulla casa molte comodità mi erano impedite, ma che in fondo si trattava di lussi di cui si poteva anche fare a meno. E da ragazzo, quando alternavo l’acquisto settimanale di Dylan Dog e Spider Man con qualche puntatina dal venditore di videogames taroccati all’angolo di Piazza Dante, anche allora sapeva che il denaro non avrebbe mai comprato null’altro che giochi, moltiplicandoli per cento, mille forse, ma lasciandoli nella loro essenza di giochi, pur con forma diversa. Parlare di denaro, e soprattutto di risparmio, con gli amici mi irretiva (non che fossi uno spendaccione, anzi!) e mi rendeva ancora più allergico alle banconote. L’odio che nutrivo per il denaro però non aveva nulla di filosofico, o di ideologico. Tutt’altro. Ero talmente consapevole della sua importanza terrena da averne paura, o angoscia. Spesso lo avevo detestato a tal punto da chiedersi come sarebbe stato bello averne così tanto da poterlo poi dimenticare.
Chi non ama parlare dei soldi, in realtà, si sente colpevole per quanto ne diventerà schiavo.

F come Famiglia.

La famiglia è il più conservatore e irresistibile degli istituti sociali. Piu' della galera, del matrimonio, della burocrazia. E' come un pianeta che, dopo aver consentito anche al più piccolo e insignificante dei suoi satelliti di roteare libero, finisce poi inesorabilmente per attrarlo a sé e fagocitarlo. Avere come punto di riferimento, per la propria realizzazione umana e professionale, un nucleo di due, tre persone anziché cento sicuramente è un obiettivo pacifico, discreto, innocuo: che reitera, del resto, il procedere dell'umanità a piccoli grappoli, a piccoli passi. L'uomo, per limiti che gli sono imposti dalla natura, può parlare solo o pochi suoi simili per volta, moltiplicarsi seguendo ritmi faticosi e dolenti: uno, massimo due copie di noi stessi all'anno. Vince, perciò, l'istinto di conservazione. Ma l'uomo, con le sue azioni, può incidere sull'esistenza di molti. C'è da scegliere, e farlo è lacerante, tra ambizioni universali e soddisfazioni particolari. E' vero che il nido familiare è, e sarà sempre, il rifugio ultimo d'ogni uomo, ma non è detto che sia il più democratico, il più giusto, o quello dove i meccanismi di potere psicologico non vengano imposti con uguale prepotenza. Ogni essere, umano o animale, sceglie i propri simili che lo fanno star meglio. Tutto qua. La sacralità è un'altra cosa.

G come Grido.

"Passeggiavo con due amici quando il sole tramontò. Il cielo divenne all'improvviso di un rosso sangue … I miei amici proseguirono il cammino, mentre io, tremando ancora per l'angoscia, sentii che un grido senza fine attraversava la natura". Così scriveva Edvard Munch nel 1892 raccontando un attimo di sofferta esperienza privata. Le sue parole ricalcano esattamente quell'immagine che, nello stesso anno e con maggiore immediatezza, l'artista fermava sulla carta dipingendo Il grido, indubbiamente la sua opera più nota. Con quel suo grido Munch, più d'ogni altro, ha dato voce e colore al rantolo muto del Novecento. Nonostante sia una gelida icona che incarna spietatamente la condizione esistenziale della modernità, Il grido ha un successo di pubblico straordinario. Gode tutt'oggi di una fama tale da essere stato oggetto, addirittura, di un furto d'arte a scopo d'estorsione. Sgorgando irrefrenabile dal profondo dell'artista, il grido si è trasformarmato, come in realtà prevedeva già il suo autore, in un urlo universale. Collettivo. Ed è così ampia la sua celebrità da venir continuamente fagocitato dal merchandising.

domenica 2 agosto 2009

C come Classifiche.

Aveva ragione Nick Hornby: la mania più tipicamente occidentale è quella di creare classifiche e statistiche per ogni variante dell'esperienza umana: le 40 canzoni più belle dei Beatles, i 5 viaggi più emozionanti, le tre amiche più importanti; ma anche i 5 conoscenti più affidabili in base al rapporto vantaggi/svantaggi acquisiti, e poi la "top ten" delle ragazze con cui si è dormito (con annessa classifica speciale ragionata in base al tipo di prestazione), Parliamo sempre di "top" o di "pessimo". Ci esprimiamo in termini "assolutamente" elogiativi o spregiativi. Abbiamo imparato a valutare, confrontare, soppesare ogni aspetto della nostra quotidianità, come in un algido foglio di calcolo Excel.

domenica 26 luglio 2009

T come Tabù.

Percorrendo tutte le mattine, per andare a scuola, quell'angusta e scoscesa stradina detta "il Cavone", mi imbattevo spesso in (per me allora) strani personaggi, curiosi animali (per esempio un cane malridotto che sembrava un incrocio con un leone) e bassi dalle porte perennemente spalancate a boccheggiare sul marciapiede. In uno di questi miseri alloggi, un giorno mi capitò di intravedere il corpo di un anziano signore, vestito di nero, disteso sul letto con in mano un mazzo di fiori, e il volto incorniciato da un fazzoletto bianco annotato sulla fronte. Tutt'intorno erano sedute piccole donne, giovani e meno giovani, con in mano una tazzina che attendeva d'essere riempita con un po' di caffe'. Un brivido di pudore mi percorse la schiena, mentre continuavo la mia passeggiata con lo zaino sulle spalle: mi tornò in mente l'immagine di un nonno, di uno zio baciati sul letto di morte, un momento prima che scomparissero dalla mia vista - tradizione questa, che da bambino non riuscivo a capire; e il candore dei lenzuoli che ricoprono i corpi anche quando sono abbandonati nello squallore di una strada, sotto la polvere di un cantiere, ai margini di una carcassa d'automobile, e tu li vedi così, di sfuggita, quasi per caso, rubando un attimo di quella intimità e portandotelo dietro.
In quel freddo e crudo istante, in quello sguardo, ebbi una impudica confidenza con la morte, una confidenza che oggi il benessere e l'idolatria dell'ego - della sua permanenza - stanno per rimuovere dall'esperienza umana. La morte suscita imbarazzo, balbettii e ribrezzo. Mi chiedo quale intellettuale, quale avanguardista, quale mente aperta che si professi tale abbia il coraggio di fare i conti con l'espressione materiale della fine senza aggirarne l'ostacolo - descrivendola, sublimandola: renderla metafora e non materiale, appunto. Per questo oggi la morte, quella fisica, è il più importante tabù sociale che ci sia, ben più del sesso e forse ancor più delle feci.

sabato 25 luglio 2009

D come Dolore

Dov'è il luogo del dolore? A prima vista, il dolore, fisico o mentale, sembra esistere e originare dentro di noi. Eppure, non è quello il luogo in cui abita realmente.

Il dolore esiste 'in mezzo', tra il soggetto e il mondo circostante: il suo posto è nel limbo rossastro delle percezioni. Quando è con noi, il dolore agisce come un filtro sporco, come un guardiano malevolo posto alla dogana del transito delle impressioni tra il mondo e noi e tra noi e il mondo. Il dolore è sempre totalizzante, pretende concentrazione assoluta e blocca eficcemente ogni possibile distrattore che provenga dal mondo esterno. Per quanto riguarda le distrazioni che sorgono naturalmente nei nostri pensieri, il dolore le sa addomesticare e, come un mandriano, le fa girare attorno a se stesso. Nulla gli sfugge.

Il dolore ha successo là dove i nostri sforzi coscienti di addomesticare la mente e di regolare le percezioni faliscono. Dovremmo imparare dal dolore: la sua infallibilità, la sua precisione, la sua rapidità, la sua onnipresenza.

I come Innamorarsi.

Fare un viaggio con la donna amata è una delle esperienze formative che segnano il passaggio dalla spensieratezza adolescenziale, delle avventurose scampagnate con gli amici, e l'età adulta, fatta di esplorazioni mirate, studi finalizzati al progresso, tentativi di stabilire chi o cosa possa contribuire di più alla nostra solidezza futura. Difficilmente però quando si è innamorati si riesce a mantenere la stessa spontaneità, lo stesso desiderio del rischio che si prova nel viaggio con un'amico (maschio). Quei fortunati che ci riescono vanno invidiati: questo perché nell'amore prevale la conservazione e, quando tutto funziona come un'orologio svizzero, vince il senso di appagamento e di sazietà. Sì, sazietà: come quando ci si risveglia, la mattina, con una testa caldamente appoggiata sulle nostre spalle. Una delle sensazioni più belle, quella del risveglio dopo il sesso, forse ancora più del sesso. "L'amore non si manifesta con il desiderio di fare l'amore (desiderio applicabile ad una quantità infinità di donne) ma col desiderio di dormire insieme". Dormire (appagamento) e viaggiare (che è innanzitutto irrequietezza) sono due passioni non solo diverse ma direi addirittura opposte. L'innamoramento è un sentimento stanziale.