domenica 31 gennaio 2010

Se fossi in te...


Se fossi in te ci penserei
non devi dimostrarmi quello che non sei
se menti no non fai per me
come pretendi che ci sia fiducia in te

Non c'è bisogno di strafare
qui si parla terra terra pane al pane
non bluffare solo per farti accettare
mostra tutto il tuo fair play
tira giù la maschera
facci vedere come sei
facci capire quali sono le tue mire
zero lecca culo non c'è niente da pulire
poche balle tira il freno perché
la tua strada va in discesa e tanto spazio non c'è
qui ci son solo teste vere amicizie sincere
legami speciali alla pari che puoi vedere
con il potere delle tue buone maniere
gli puoi offrire un bicchiere ma le stronzate non le stanno a bere
non è sventolando in aria i soldi che metti in luce le tue peculiarità
questo voler piacere a tutti i costi
tieniti stretta la tua personalità
il rispetto si guadagna sul campo
non chiacchierando ma dimostrando
di essere un uomo leale su cui contare
è l'unico consiglio che ti posso dare

Rit:

Se fossi in te ci penserei
non devi dimostrarmi quello che non sei
se menti no non fai per me
come pretendi che ci sia fiducia in te
se fossi in te ci proverei
fammi vedere per davvero come sei
pensaci un po’ dai retta a me
che a questa tavola c'è un posto anche per te

Sono sicuro,
il mio istinto riconosce la lealtà
c'è una linea sottile…
che divide noi se non cambierai

Spero che tu sia la persona che credevo
ma temo che alle volte non sia vero
e vedo che con me non sei sincero
che nascondi un alter ego
devo far luce sulla situazione
perché questa finzione?
quel fare da sborone?
Fenomeno da baraccone
ma io non sono nato ieri e tu sei un banfone
perché parli di cose che poi non sai perché t'inventi storie che non fai mai
ti vai a cercare guai anche se non li hai
ma tu sei dottor Jekill o sei Mister Hyde
sei fuori strada se in questa gara non metti l'anima
che non riaccada questa scenata getta la maschera
e poi non ridere ad ogni battuta che faccio
sembra impossibile sei poco credibile e falso
sii te stesso sei ben accetto se no da adesso
per te divieto d'accesso

RECINZIONI / Tra le nuvole (J. Reitman, 2010)



L’eccellente George Clooney è un tagliatore di teste, uno che licenzia gente in giro per gli States. Ma ha modo, empatia, è simpatico (se no mica sceglievano Clooney). Ha castrato ogni passione. Viaggia beato 322 giorni all’anno; è triste solo a casa sua, un monolocale asettico. I bar degli Hilton sono il suo campo di seduzione, gli aerei il suo nido. Sogna la card di grafite, riservata a chi ha volato 10 milioni di miglia. Incontra la manager Vera Farmiga, impegnata quanto lui (forse di più). Parlano di autonoleggi, poi sesso spesso e volentieri. Arrivano gli imprevisti: la giovane Anna Kendrick (ottima), pseudo-bocconiana che mette a rischio il suo posto, il matrimonio della sorella lo costringe a snaturarsi, l’amore bussa devastando le sue abitudini. Solo apparentemente la solita-commedia-brillante-alla-Clooney, Up to the Air è, insieme a Soul Kitchen, uno dei film più significativi di questo inizio '10. Parla di temi fondamentali, come l'amore e la libertà, la solitudine e l'importanza della famiglia, di addictive behaviour as escape (direbbero gli psicologi del marketing), e di sradicamento. Amaro ma non triste, brillante ma non ruffiano, la sua forza sono i tre protagonisti e l'attaccamento alla realtà (paradigma del titolo). Memorabile l'arrivo nella Detroit devastata dalla crisi e splendida colonna sonora. Voto: ****

lunedì 25 gennaio 2010

venerdì 22 gennaio 2010

Exit Through The Gift Shop - A Banksy Film



Banksy come regista?
ahahah

ecco il link: http://banksyfilm.com/

giovedì 21 gennaio 2010

Sesso Sicuro

mercoledì 20 gennaio 2010

Napoli Monitor.



Ci sono iniziative che nel deserto generalizzato scaldano il cuore. Una delle più recenti è questa di Napoli Monitor, creata dall'impegno di tre amici che tanto hanno viaggiato, visto, incontrato, e poi sono tornati, per rischiare coraggiosamente. Monitor è innanzitutto un giornale di inchieste, cronache, reportages e disegni, che esce una volta al mese in circa trenta punti vendita sul territorio locale. Un giornale indipendente, che ricorda la migliore tradizione delle zine italiane tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta: gruppo coeso, stili di scrittura (e di disegno) vari ma coerenti tra di loro, molta documentazione e soprattutto molta serietà, cosa rara di questi tempi. Partecipano al progetto writer come Kaf & Cyop, Diego Miedo, Malov, giornalisti come Maurizio Braucci, indagatori dell'attualità come Riccardo Orioles, più un numero imprecisato di collaboratori occasionali, napoletani e non che hanno anche loro viaggiato visto incontrato, e magari non sono ancora tornati, mantenendo così quella preziosissima e rara 'giusta distanza' per analizzare e giudicare le cose, senza cadere nel provincialismo.
Ma Napoli Monitor è anche una associazione culturale. Che, negli anfratti dimenticati - dalla borghesia 'bene' - di Vicolo Santa Maria del Pozzo, alla Sanità, organizza piccoli spettacoli, concerti intimistici, proiezioni d'essay, recital a sfondo civile, e corsi di fotografia 'd'assalto', cucina etnica, pittura. Lo spazio dove si tengono gli eventi è una specie di laboratorio d'artista dismesso, risistemato dal gruppo e ridipinto da vari artisti. Per entrarci bisogna passare prima per una porticina poco o niente illuminata - la si vede perché qualche ospite sta fumando una sigaretta prima di entrare -, poi si sale per una scaletta ripida e strettissima che sembra finire in una soffitta. E invece si finisce in questo open space - che ridicolo parlare di open space alla Sanità! - bianco e illuminato dalle stelle che si vedono dai finestroni aperti. La gente che c'è dentro, e che partecipa vivamente alle attività, è entusiasta e proviene da tutte le classi sociali: dai figli del benessere acculturati, agli ex-qualcosa, dai proletari alle ereditiere radical. Niente di trascendentale. Ma tutto molto concreto, pieno. Profondo. Com'è d'urgenza in questi tempi difficili. Gli ultrà-egotici e i vaneggiamenti ideologici sono accantonati: c'è la sensazione, insomma, di partecipare ad un vero nucleo di resistenza culturale, poco o nulla appannato dall'esaltazione dei singoli.


Bloodhound Gang - The Bad Touch

martedì 19 gennaio 2010

Jodorowsky's Dune.



Tutti o quasi conoscono il Dune diretto nel 1984 da David Lynch. Un film troppo bistrattato, ma sicuramente pieno di limiti e ingenuità. Una delle mostre più belle che ho visto a Napoli raccontava invece della lavorazione del film Dune di Alejandro Jodorowsky. Un film che non ci fu mai. Era il 1974. In quei dieci anni è cambiata l'iconografia, lo stile, le atmosfere, la produzione, la mentalità artistica.
Pensate, alla sceneggiatura doveva partecipare Dan O'Bannon (che dopo il fallimento finì in manicomio e partorì... Alien), alla direzione visuale avrebbero preso parte nomi come Moebius, Salvador Dalì e Orson Welles. Tra gli attori Gloria Swanson, David Carradine e Mick Jagger. Musiche dei Pink Floyd!
Il racconto completo di questo gioiello mai nato lo trovate qui.

In December 1974, a French consortium led by Jean-Paul Gibon purchased the film rights from APJ. Alejandro Jodorowsky was set to direct. In 1975, Jodorowsky planned to film the story as a ten hour feature, in collaboration with Salvador Dali, Orson Welles, Gloria Swanson, David Carradine, Geraldine Chaplin, Alain Delon, Hervé Villechaize and Mick Jagger. The music would be composed by Magma, Henry Cow and Karlheinz Stockhausen or Pink Floyd. Jodorowsky set up a pre-production unit in Paris consisting of Chris Foss, a British artist who designed covers for science fiction periodicals, Jean Giraud (Moebius), a French illustrator who created and also wrote and drew for Metal Hurlant magazine, and H. R. Giger. Moebius began designing creatures and characters for the film, while Foss was brought in to design the film's space ships and hardware. Giger began designing the Harkonnen Castle based on Moebius' storyboards, and Dali was cast as the Emperor with a reported salary of $100,000 an hour. Jodorowsky's son Brontis Jodorowsky was to play Paul Atreides. Dan O'Bannon was to head the special effects department.
Dali and Jodorowsky began quarreling over money, and just as the storyboards, designs, and script were finished, the financial backing dried up. Frank Herbert travelled to Europe in 1976 to find that $2 million of the $9.5 million budget had already been spent in pre-production, and that Jodorowsky's script would result in a 14-hour movie ("It was the size of a phonebook", Herbert later recalled). Jodorowsky took creative liberties with the source material, but Herbert said that he and Jodorowsky had an amicable relationship.
The rights for filming were sold once more, this time to Dino de Laurentiis. Although Jodorowsky was embittered by the experience, he stated that the Dune project changed his life. Dan O'Bannon entered a psychiatric hospital after the production failed, and worked on 13 scripts; his 13th became Alien.

RECINZIONI / Avatar (J. Cameron, 2009)

Chi oserebbe dire che un film può essere soprattutto attesa? Attesa di entrare in sala, il mettersi in coda insieme a centinaia di persone di tutte le età, alcune che brontolano altre che fanno baccano; l'aspettare il proprio turno per ricevere i famigerati occhialini 3d. Proprio come le conformiste platee anni Cinquanta, solo che adesso il business è billionario e i bambini rimangono a bocca aperta senza aver bisogno delle mamme. Il cinema è in fondo questo: omologazione compiaciuta e godibile, un momento collettivo di piacevole e inebriante passività: come la coda per il seggio elettorale. Il film di Cameron, diciamolo subito, inventa poco o nulla, se non dal punto di vista squisitamente grafico. Cita a piene mani dalla simbologia filmica statunitense (Balla coi lupi, Un uomo chiamato cavallo, Pocahontas), giapponese (Miyazaki), sudamericana (Giocando nei campi del signore di Babenco), e dalle sue stesse opere (crolli Titanic-i e scenografie Abyss-ali). Le tematiche sono sempre quelle (antimperialismo ed pan-ecologismo), c'è il Colonnello Cattivo e pure la mega-Sparatoria Finale. Però pochi registi come Cameron e Zemeckis utilizzano gli effetti speciali per rendere coerente la narrazione, per ampliare la Meraviglia (come succede fin dai tempi dei Lumiere!) e non per anabolizzarla. Cameron non è certo Truffaut (nè vuole esserlo, come non vuole esserlo la scuola di Lucas-Spielberg) ma ha un grandissimo senso della storia, del ritmo e del pathos. Al diavolo la vecchia cricca di pesantoni: tutto è dannatamente bello. Andatelo a vedere. Voto: ***1/2

lunedì 18 gennaio 2010

Vecchie conoscenze

domenica 17 gennaio 2010

RECINZIONI / Commedie

E' uscito il nuovo Morandini 2010: un critico superlativo. Cattivissimo, se volete, a volte troppo "concettuale" e sbilanciato verso i film "di nicchia". Insomma, il classico brontolone d'altri tempi che non lascia passare niente. Vogliamo mettere la miserabile critica nostrana, molle e melliflua alla Mollica, che grida al "capolavoro" e al "genio" ogni due settimane? Però è una goduria trovarsi d'accordo con Morandini: nell'ultimo dizionario ha dato quattro o cinque stelle a film che solo, tra pochi, mi sono trovato a definire veramente come "capolavori" (mentre molti, quando un film è davvero bello e non si trovano difetti, finiscono col dire: sopravvalutato). Di quali film parlo? Vincere, Into the wild, Gran Torino, Ratatouille, giusto per dirne qualcuno. Chiusa parentesi.



Whatever works (W. Allen, 2009)
Il-classico-film-di-Allen, sì. Ma che mancava da dieci anni! Le ultime escursioni europee (Barcellona, Londra) a mio avviso erano di una banalità e di un'antipatia sconfinate. Qui siamo tornati al protagonista super-egotico, nevrastenico, ipocondriaco, pluridivorziato, innamorato di se stesso, solo e... ebreo. Ma ha le movenze catatoniche e l'irascibilità del bravissimo Larry David, una bravissima (e giovanissima) partner, e a disposizione una sceneggiatura che non perde mai colpi e una compriccola di comprimari irresistibili. Tutto già visto, tutto già sperimentato, eppure funziona, e ciò basta, come nel titolo. Voto: ***1/2



Rachel sta per sposarsi (J. Demme, 2008)
Uscita dal centro di riabilitazione per partecipare al matrimonio della sorella maggiore, Kym travolge l'apparente pace familiare con la sua problematica esuberanza. Tra riunioni di tossicodipendenti anonimi, preparativi nuziali, incomprensioni e liti, affronterà il drammatico episodio che ha segnato la vita di tutta la famiglia. Il film scorre leggero nella sua gravità, col passo-a-spalla della telecamera del regista (Demme, l'aveva sperimentata nei momenti migliori dei suoi film: l'incontro con l'assassino ne Il Silenzio degli Innocenti e nell'epilogo di Philadelhia). I personaggi sono ritagliata con delicata umanità. Il contesto è quello di una famiglia americana liberal, multietnica, che con la forza dell'amore, con la generosità, l'umiltà riesce a restare unita e a superare il dramma. Deliziosa la protagonista Hathaway, ma bravi tutti gli interpreti. Voto: ****



500 giorni insieme (M. Webb, 2009)
Un ragazzo come tanti, impiegato in una società che produce frasi per cioccolatini, si innamora di una collega, anche lei una ragazza come tante, ma forse un po' fuori di testa (lunatica, come direbbero le teenager nostrane usando l'aggettivo più in voga del decennio). Si amano, fanno tante cose insieme, lei però non vuol legami, lui dapprima acconsente, poi si incazza, scatta il possesso, lei lo lascia, lui non si spiega il perché, poi se ne fa una ragione. Ci credete che la trama è tutta qui? Eppure è un film notevolissimo, per il suo spessore e insieme per la sua leggerezza. Sottovalutatissimo, passato in sordina nelle nostre sale (il titolo è stato cambiato. Nell'originale, 500 days of Summer, si giocava col nome della protagonista, in italiano tradotto con Sole). Un film notevole per la scorrevolezza della sceneggiatura, mai banale pur raccontando la banalità; e per lo stile non-lineare, per le trovate grafiche (il congiungersi di scene in bianco e nero, l'intermezzo cartoon dopo l'amore), per la capacità, rara di questi tempi, di sprizzare allegria e melanconia senza ricorrere alle volgarità o a protagonisti insostenibili. Voto: ***1/2

sabato 16 gennaio 2010

venerdì 15 gennaio 2010

Time has told me you're a troubled cure for a trouble mind.



Time has told me
You're a rare rare find
A troubled cure
For a troubled mind.

And time has told me
Not to ask for more
Someday our ocean
Will find its shore.

So I`ll leave the ways that are making me be
What I really don't want to be
Leave the ways that are making me love
What I really don't want to love.

Time has told me
You came with the dawn
A soul with no footprint
A rose with no thorn.

Your tears they tell me
There's really no way
Of ending your troubles
With things you can say.

And time will tell you
To stay by my side
To keep on trying
'til there's no more to hide.

So leave the ways that are making you be
What you really don't want to be
Leave the ways that are making you love
What you really don't want to love.

Time has told me
You're a rare rare find
A troubled cure
For a troubled mind.

And time has told me
Not to ask for more
For some day our ocean
Will find its shore.
[La foto, il titolo un po' enfatico, e anche gli errori di battitura sono farina della redazione. Ma rendono l'idea del contenuto. pm]

Berlusconi: Europe's Real Pandemic
By Paolo Mossetti




[...] Silvio – so called among fans – is the leader who embraces the inconsolable widows-of-the-Earthquake. Who shows himself with a sweeper in the garbage-drowned Napoli (Naples). He’s the 'Commander-in-Chief' who, like one of his cosmetic surgeries, sends military to patrol the well-heeled shopping areas. It does not matter, for at least half of the nation, if behind him one finds the mafia, awful cultural patterns and an extremely dangerous idea of Power. He is the homo faber, the ‘working man’ who decides and fixes just about everything.

Many Italians, of course, love Berlusconi just because he is a completely amoral character, who hunts and cherishes their enduring attraction towards demagoguery. But, unlike Mussolini, this made-for-TV homo faber doesn’t want to create a homo novus, a better citizen. He prefers to focus on the worst aspects of being arch-Italian. ‘I am not different than the majority of you viewers’, he seems to be affirming to the public."

[il resto lo trovate qui].

Mi hanno detto che il target 2010 sono i teenager, sto iniziando l'immedesimazione

giovedì 14 gennaio 2010

mercoledì 13 gennaio 2010

Belle scoperte



I don't want to be the one to say goodbye
But I will, I will, I will
I don't want to sit on the pavement while you fly
But I will, I will, oh yes I will

Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back around
Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back
The only way to really know is to really let it go
Maybe you're gonna come back, you're gonna come back, you're gonna come back to me

I don't want to be the first to let it go
But I know, I know, I know
If you have the last hands that I want to hold
Then I know I've got to let them go

Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back around
Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back
The only way to really know is to really let it go
Maybe you're gonna come back, you're gonna come back, you're gonna come back

I still feel you on the right side of the bed
And I still feel you in the blankets pulled over my head
But I'm gonna wash away, oh I'm gonna wash away everything til you come home to me

Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back
In the future, you're gonna come back, you're gonna come back

Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back around
Maybe in the future, you're gonna come back, you're gonna come back
The only way to really know is to really let it go

Maybe you're gonna come back, you're gonna come back, you're gonna come back to me
You're gonna come back to me
You're gonna come back to me

martedì 12 gennaio 2010

Animal Collective - Brothersport

Uno dei più bei video degli ultimi tempi per un gruppo, a mio giudizio, magnifico.

lunedì 11 gennaio 2010

Utopia.



In Paradise Now, del Living Theatre, era tutto semi-improvvisato: gli attori declamavano una rosario di tabù sociali, farneticavano, cadevano in trance, si spogliavano in scena. Molto spesso la polizia interveniva e poneva fine alle rappresentazione. In Brasile alcuni attori furono arrestati. Nel 1969 la loro tourné europea li porto in Italia, con un impatto e uno sconvolgimento inaspettati. Molti studenti si spostavano di città in città, pur di seguirli e ripetere quell’incantesimo ad ogni tappa. Poi tornavano con la testa sui libri. Ricordate Trintignant ne Il Sorpasso?

Mi sono sempre sentito un po’ come quegli studenti, strabiliati dalle novità. In questi anni ho scritto e letto molto, mosso da nient’altro che la curiosità verso il mondo. E dalla voglia di intervenire. Di lasciare un segno che non fosse soltanto su me stesso, né solo sulla mia famiglia, o sulla mia cerchia ristretta di ‘compagni’. Ma è sempre stata un’equazione difficile, me ne rendo conto. Dunque tantissimi i mal di testa; e il nervosismo, constante, ingiusto, proprio nei confronti di chi mi era più vicino. Inevitabilmente attribuivo quello stato di costante tensione, in fondo voluto, ad una sorta di ‘attesa”, che non sapevo ben spiegare. Si era sempre in “attesa” di qualcosa.

Per fortuna ho anche viaggiato molto, e mi piace ascoltare le storie altrui. Come quella di Federico, a Londra, con la sua “tribù” (la sua “banda”, direbbe Hakim Bey). Ma potrei fare molti altri esempi, magari più vicini e che riguardano non le élite quanto piuttosto il fondo della società: sono cresciuto per dieci anni in un ambiente povero, quello calabrese, eppure felice. Ero a contatto con quella felicità, e l’ho praticamente rimossa. Chiaramente ogni utopia nasconde anche il suo lato oscuro, e i suoi rischi: isolamento dalla realtà, autoreferenzialità, concentrazione su di sé, l’effimero spaventoso che attanaglia certe esperienze.

Eppure la scoperta di quelle esperienze, la consapevolezza che, da qualche parte, esistono, mi aveva scaldato il cuore. Avevo compreso visivamente, immediatamente, «irrazionalmente» e con tutti i miei sensi che l’utopia andava realizzata subito, non chissà quando, ma immediatamente. Non il socialismo dopo la presa del potere (e sappiamo che razza di socialismo sarebbe stato, appunto, dopo «la presa del potere»!). L’obiettivo delle minoranze deve essere anche quello di costruire e vivere nuovi rapporti tra le persone, e tra le persone e le altre creature, tra le persone e la natura, in questo momento, senza rinviare niente a dopo la «presa del potere». Quell’attesa, l’attesa del sole dell’avvenire, il rinvio a dopo la rivoluzione dei cambiamenti più radicali dell’individuo e del suo rapporto con gli altri è il ricatto della tradizione rivoluzionaria marxista: lotta, aspetta e vedrai. Mentre non c’è nulla da aspettare, e la stessa lotta è diversa se dentro di essa si costruiscono e vivono rapporti che sono subito «socialisti».

Purtroppo c’è sempre la tentazione dell’edonismo - il solo tempo che mi rimane è quello presente, e io voglio vivere e godere di questo presente - che è il sentimento della sconfitta, del nichilismo incoscio che porta a disprezzare il resto e le maggioranze, quando piuttosto sarebbe più utile, e giusto, persuadere, comunicare, connettere. Ho avuto sempre presente questo rischio – forse anche troppo – e in qualche modo mi sento come vaccinato.

Bisognerebbe quindi essere utopisti adesso e non solo domani: avere un'idea concreta del bene. Cercare un guado oltre la nebbia. Impegnarsi alla costruzione di un futuro per stare bene insieme, non solo con se stessi. Già qui e ora. E subito bisogna elaborare nuove strategie, nuovi modi di stare insieme, di unire in modo nuovo le persone, le creature, le cose.

venerdì 8 gennaio 2010

Manu esci? No, stasera studio...ahahahahah

martedì 5 gennaio 2010

Re: Indignazione

Mi ha molto colpito il post di Paolo sull'indignazione. Io sinceramente non l'ho mai provata. Di solito di fronte ad accadimenti forti provo rabbia, stupore, impotenza, ma mai indignazione.

Io non sono assoluta come Paolo nel condannarla, il problema è che per indignarsi bisogna essere degni, avere una dignità. Io non ce l'ho, come credo molti di noi. Non ci sentiamo degni di qualcosa, o per lo meno capita molto raramente.

Quello che osservo nella mia piccola realtà è che la parola dignità è scomparsa, non diciamo più come cantava il bel Gianni "non son degno di te", ma "non ti merito".

Merito e dignità sono due concetti nettamente distinti, che ora, a causa o grazie, all'etica capitalistica sono assolutamente sovrapponibili. Mi chiedo ha ancora un senso parlare di dignità in una realtà, dove anche noi, spingiamo per la meritocrazia?

Pensandoci guardate questo e ditemi se vi sentite indignati o incazzati:

lunedì 4 gennaio 2010

Them Crocked Vultures



A Natale, direttamente da Londra (grazie al nostro Fede Viciuos), si insidiano nei miei timpani le vibrazioni prodotte da questo super gruppo nato a Los Angeles nel 2009 per merito del mai sazio Dave Grohl che, dopo i Probot, si inventa un altro mix leggendario coinvolgendo il cantante e chitarrista Josh Homme (Queens of the Stone Age), e il leggendario bassista e tastierista John Paul Jones (Led Zeppelin).

La distorsione degli innumerevoli riff di chitarra e le rullate molto Nirvana di Dave regnano incontrastate in questo disco rendendo onore al più genuino e sano Hard Rock. Pura energia scaturisce dalle 13 tracce di fuoco che spazzerebbe via pure la nebbia di Buzzetti a capodanno. L'unico difetto però è che si fatica a riconoscere un senso globale dell’album e le canzoni si spintonano un po’ l’una con l’altra con troppo egoismo...

Segnalo “Elephants” , di cui riporto un video dal vivo in cui rende ancora di più, che si distingue per gli originali cambi di tempo e il riff maledetto. Da non perdere anche la lunghissima “Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up” con un’organetto e una voce molto Doors, il rock fresco e spumeggiante di “New Fang” e il groove condito da un pizzico di sintetizzatore di “Gunman”.

Peccato che il basso di John non sempre trova la grinta e lo spazio degne della sua storia passata.

Voto. 7,5

Indignazione.

Ulrike Meinhof giornalista nel 1964.

Gli anni Zero sono stati colmi di gente che si indignava: registi, giornalisti, opinionisti, politici, presentatori televisivi. L’indignazione è una merce molto facile da usare, perché ti fa sentire dalla parte della ragione e ti da un nemico con cui prendertela. Ti evita di fare i conti con te stesso, con le tue complicità, con le tue menzogne. Chi si indigna, molto spesso, finge di parlare al plurale, ma è un plurale fasullo, che copre tutta una serie di corresponsabilità.

Siamo sicuri di non mettere sempre, davanti all'indignazione, il nostro Ego, piuttosto che l'ingiustizia subita dagli altri? Personalmente non mi sono mai sentito troppo vittima di ingiustizie. Ho sempre avuto ben chiari i privilegi di cui godevo. Non ho mai, neppure per un attimo della mia infanzia, sognato di impugnare armi per difendere me stesso. Ha agito molto più fortemente il sentimento della vergogna.

Ulrike Meinhof torna indignata dall’aver visto da vicino i modi del dominio israeliano sui palestinesi: qualche anno dopo entra nella R.A.F. A suo modo, anche Bin Laden è indignato quando apprende dalla televisione i massacri nei campi profughi in Libano, e successivamente fonda Al-Quaeda. Sono esempi che confermano come il fondamentalismo, che sia ideologico o religioso, è spesso frutto di mancanza di confronto, di settarismo, di cieca violenza propugnata da solitudini esistenziali (pensate al proselitismo tra i disoccupati urbani). L’indignazione per un sopruso subito, o visto subire da altri e che ti risulta intollerabile, è innanzitutto qualcosa di individuale, di egocentrico, ma che può e deve allargarsi ad altri.

Credo che la vergogna sia una cosa molto più importante e positiva del’indignazione. Certo, si mischia con i sensi di colpa che hai magari introiettato da una cultura bigotta e oppressiva, com’è in generale quella cattolica. Ma anche i sensi di colpa hanno le loro ragioni di essere, se non ti sopraffanno. (E se non te li fanno collocare nei posti sbagliati!)

Choose your style

Geniale campagna Durex

Troppo cerebrale



Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane,
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l'aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Liberi com'eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori,
come Mastroianni anni fa, come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già.

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini per scivolare meglio sopra l'odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l'aria dentro al serbatoio

Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c'è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più...

Vuoti di memoria, non c'è posto per tenere insieme tutte le puntate di una storia
piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l'aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Libero com'ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c'è niente che mi sposta o vento che mi sposterà

Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c'è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei...

domenica 3 gennaio 2010

Auguri ManuManu



Che sfigata che sono...
mi faccio gli auguri da sola sul Melting...
o ma se mi va che ci posso fare?

E festeggerò in modo molto sfigato...
Come i dodicenni...
Me ne vado al cinema a vedere qualche bel film!
Se vi va di fare una popcorn e movie night
siete i benvenuti!

sabato 2 gennaio 2010

Consigli di lettura.



In occasione del trentennale del '68 ricordo che furono pubblicati una sfilza di saggi che ne demolivano i miti fondanti, ridicolizzando i vari "capetti" (alla Mario Capanna), l'appellomania (in realtà fu un prodotto dei primi Settanta) e i vari testi sacri (Marcuse, Lukacs, Sartre). Allora c'era il centrosinistra al governo, un centrosinistra pallido e inciucione, manco a dirlo con un D'Alema al governo che, solo qualche giorno fa, faceva il verso ad Adriano Sofri ("che nel '63 si alzava dall'assemblea e chiedeva a Togliatti perché non fate la rivoluzione?") In parte ci godetti, visto che parte del linguaggio sessantottino ci è giunto fino a noi, completamente burocratizzato, mentre i suoi inventori sono sapientemente finiti a dirigere le leve del potere mediatico berlusconiano.
Ma è anche vero nessuna rivolta, nei momenti storici successivi, si è trovata nella possibilità di incidere così tanto nella realtà, di influenzare così tanto le arti, il cinema, la letteratura, i mass media, la società, il linguaggio. Non andrebbe dimenticato, insomma, che una generazione non si giudica solo dalle sue eredità visibili (altrimenti il radicalismo anni Novanta potrebbe pure suicidarsi, avendoci consegnato il trionfo delle destra, il disastro climatico, la guerra permanente), ma dal senso di ottimismo, di entusiasmo e di empatia verso i mali del mondo che si è caricata sulle spalle. E dal senso di vera rottura nei confronti del passato. Ho trovato questa antologia quasi per caso, ed è commovente per il senso di gioiosa serietà che pervade ogni intervento , ogni pagina, ogni riga.
Rispetto ai tanti quarantenni che per darsi un tono e farsi beffe della catastrofe parlano come adolescenti in acido, come freak sempreggiovani, ho sempre ammirato i ventenni di un tempo che scrivevano con la consapevolezza e la gravità di chi sa d'essere davvero in prima linea.

«Quella dei "Quaderni piacentini" fu una rivoluzione di carta. Una storia di generazione e di amicizia. Nacque destinata a singoli e finì dentro le moltitudini della politica. Cominciò con un pranzo, anno 1962, mese di marzo, Piacenza. La casa era quella di Piergiorgio Bellocchio, via Poggiali, luce e libri. All'altro capo del tavolo Grazia Cherchi. Lui trentun anni, lei venticinque. Solitudine di provincia italiana. L'idea che si dovesse smuovere l'aria e la politica, "capire il mondo, provare a opporsi alle sue tendenze peggiori". Primo numero, sedici pagine dattiloscritte, cento lire. "Vogliamo sia un foglio di battaglia". Impegnato, vivo, serio. Provando "che si può essere seri senza essere noiosi. Con allegria". Le pagine di questa antologia sono un pezzo di quella storia. Da leggere non più con il cuore di allora e, com'è giusto, con occhi nuovi. Scoprendo la trama di quei giorni, la ricchezza, le illuminazioni e anche gli errori. Perché poi le donne e gli uomini fanno la storia, ma non sanno mai quale storia stanno facendo».

Consigli di lettura.



Molte delle riviste cyberpunk nate in Italia negli anni Ottanta erano davvero illeggibili. Contorte, convulse e autolesioniste persino nella scelta del linguaggio, sono quasi tutte defunte e finite nel dimenticatoio. Decoder, al contrario, l'ho scoperta per caso e mi è sembrata subito un vero gioiellino: pubblicata ogni morte di papa, un sacco di collaboratori interessanti, dall'Italia (Dr. Bad Trip, neo-Leoncavallini e Marco Philopat, lo ricordate?) e dal mondo (Mark Davis, Bruce Sterling). Il numero 9, del 1994, è da incorniciare.




Es.: il modello "gibsoniano" di controllo sociale urbano (1995)