giovedì 9 luglio 2009

Il dio-giocattolo che incantava adulti e bambini.



Una delle performance più incredibili che si ricordino ebbe luogo durante l'intervallo del 27° SuperBowl. La sua sagoma fu catapultata sul palco, al centro dello stadio, dopo un'esplosione di fuochi artificiali e una pioggia di lapislazzuli dorati. Al suo atterraggio, tra il boato generale, rimase immobile che come una scultura: pugni chiusi verso il basso, occhiali da sole, abbigliato con una divisa luccicante e solenne, in pieno stile marziale come voleva la sua icona nei primi anni Novanta; restò completamente per interi minuti mentre, tutt'intorno, i corpulenti rugbisti, le cheerleaders, i ballerini di scena, e i bambini a cavalcioni sui papà gridavano all'unisono: Mai-col! Mai-col!.
Qualunque altra superstar in quelle sembianze sarebbe apparsa grottesca o quanto meno fuori luogo; invece MJ riusciva a rappresentare il puro entertainment, la giocosità adatta anche ai bambini, il ludico fatto persona, il kitsch superfluo eppure perfettamente calzante allo spettacolo. E, insieme, la natura ultra-terrena del suo essere una mega-popstar. Poi, quasi impercettibilmente, con un gesto lentissimo, porto le mani alle tempie, rimuovendo gli occhiali. Con uno scatto infine li gettò via, e iniziò a cantare e ballare. La folla esplose definitivamente.
Una grandiosa epica, quella di MJ, che spinge a interrogarsi sull’irresistibile attrazione delle masse verso la semidei pagani creati artificialmente dall'industria del divertimento. E, soprattutto, sulla componente cristologica di questo fenomeno mondiale nato a Gary, Indiana, mezzo secolo fa. Oggi infatti celebriamo una music machine programmata (condannata?), fin dall’età di quattro anni, a suon di cinghiate e al costo di disumani sacrifici, a sfornare un successo dopo l’altro, sbalordimenti e balocchi ad uso e consumo delle masse. Un individuo che, secondo una perizia medica del 2005, era regredito «ad un’età mentale» di un decenne. Più grande, secondo la scrittrice Germaine Greer, di Nureyev e di Nijinsky, anche loro morti troppo presto. Più grande persino di Fred Astaire, per aver ha reso l’energia liberatrice e scatenante del ballo, del suo movimento sublime, un qualcosa di irresistibile e, apparentemente, alla portata di tutti: del bambino grassoccio che danzava come in Thriller, dello studente occhialuto che imitava le schioccate di Bad, della ragazzina introversa che si vestiva con il suo look androgino. Ma cos’altro era, in fondo, Michael Jackson, se non un dio-giocattolo?
Non possono spiegare MJ quelli che lo hanno scoperto già adulti, o quelli che si ostinano ad anatomizzare la sua figura concentrandosi sulla musica che ha creato, eludendo le domande meno scontate sul suo corpo e sull’impatto che avuto quella fisicità nei più giovani. L’arte entra poco con la figura divinizzata di MJ che, forse, proprio durante il suo declino artistico ha raggiunto la più impressionante somiglianza con se stesso.
Le sue ambiguità e le sue paranoie nascevano non a caso da un conflitto irrisolto, che probabilmente rimandava all’infanzia, ai divieti parentali, alle costrizioni di una vita vissuta interamente sotto i riflettori. Per sopportare il trauma della vita adulta, la mega-superstar si era rifugiata nell’indifferentismo più totale. Ripetendo a memoria frasi buoniste adatte ad ogni occasione, vuote e plastificate come prescrive lo star system odierno. Marciando compatto, in scenografie da luna park, con schiere di uomini-robot, come lui esercito del divertimento. Tentava insomma di sfuggire alla corruzione e alla violenza del mondo esterno riparandosi nell’indefinibilità, quella «di un viso ridotto alla sua più semplice inespressione e diventato il proprio sosia» (Bernard-Henri Lévy).
Anche le accuse di cui fu fatto bersaglio, del resto, risultano improbabili non tanto per l’inattendibilità degli accusatori, quanto per le caratteristiche di idolo etereo che egli ormai incarnava. La capacità distruttiva del sesso era trasformata da MJ in gioco di segni. Come nel suo travestitismo, anche nelle mosse seduttive tutto era messa in scena, simulazione. L’ambiguità, del resto, era il sentimento dominante del decennio in cui iniziava il suo declino, gli anni Novanta. Che, indubbiamente, sono morti con MJ.
C’è poi un altro show che occorre guardare. È la cerimonia dei Brit Awards del 1996. La ricordo bene, perché la vidi insieme a mia nonna, in vacanza, e lei non senza motivo ne rimase scandalizzata. MJ comparve da un globo terrestre che si apriva al centro del palcoscenico, in cima ad una scalinata. Il brano di sottofondo era Earth Song, il canto della terra, a metà tra la litania ecologista e il grido di dolore universale. Ammantato in una lunga abito bianco, circondato da bambini e adulti che gli baciavano le mani e i piedi, si dimenavano, gridavano, sotto gli occhi di telecamere che non di rado mostravano anche qualcuno, in platea, che singhiozzava per la commozione o persino pregava – sì, pregava – rivolto verso quella figura messianica e ultra-terrena. Visto oggi, poi, fa sorridere il gesto di protesta di Jarvis Cocker, che durante la performance salì sul palco e mostrò il deretano ai telespettatori. Non capiva – non poteva capire -, il cantante dei Pulp, che quello spettacolo nulla aveva a che fare con la semplice musica, ma che era invece legata alla bisogno di divinizzare qualcosa, o qualcuno, da parte di platee rimaste senza più ideologie, né religioni.
Non c’era da sorprendersi, visto che, quanto meno eroici sono i nostri tempi, tanto più i processi imitativi prevalgono sulle identificazioni stabili a cui, di solito, ci si attiene nell’età adulta. Ad un intervistatore che gli chiedeva conto del suo agire, MJ ripeteva candidamente: Peter Pan, io sono Peter Pan. In una realtà dominata dai simulacri, simulacro era lo stesso Michael Jackson: qualcosa che non apparteneva all’ordine del reale, ma lo simulava, lo produceva, risolvendo così il conflitto tra realtà e immaginario in una fantasmagorica profusione di sogni.

1 commento:

manu ha detto...

e grande la nonna di paul che si guarda i Brit Award!;-)