giovedì 17 settembre 2009

Zulù si sposa.



Ogni celebrazione corre questo rischio, di rinverdire un mito oppure di renderlo ancor più putrescente. Dieci anni fa, l’avventura dei 99 Posse e il radicalismo napoletano, indissolubilmente intrecciati, stavano per raggiungere il loro culmine di popolarità e visibilità mediatica. Erano i giorni di Seattle, si avvicinava Genova, in tv si parlava di globalizzazione, radicalismo, di gruppi terzomondisti. Che talvolta rimaneggiavano slogan consunti – droghe leggere, questure, fascisti da sparare, espropri, etc. – ma in qualche modo facevano discutere. La politica si interrogava, e i luoghi della contestazione riuscivano a smuovere qualcosa. Se non altro, migliaia di giovani volenterosi e massicci schieramenti di poliziotti in assetto antisommossa.
Oggi invece si celebra una generazione forse sperduta, sicuramente impaurita, così pare, dalla sua stessa rabbia. Che alza la voce per sentirsi meno sola. Questa è stata la pur gradevole reunion dei 99 Posse, il 12 settembre a Napoli. Una formazione priva di Meg, trasferitasi a Milano in cerca di sperimentazioni elettroniche. Con Messina e Jovine sempre discreti nelle loro sonorità funk, dietro ad un Luca Persico – in arte «O’ Zulù» ormai macchietta di se stesso, autoironico fino all’auto-derisione. Si trattava di musica ma in realtà era qualcos’altro.
Qualcosa che richiamava alla luce l’impotenza di una parte della società, la sua inadeguatezza a trovare nuove voci, nuovi slogan, nuovi punti di riferimento che facciano battere il cuore. Che linguaggio deve parlare l’Italia che non ha più fiducia nelle istituzioni «democratiche», nella politica, nella partecipazione civile, nell’impegno concreto per il cambiamento della società? Lì, nel mezzo del concerto, si sono visti trentenni che si trastullavano con filtri gonfi di tabacco e cannabis, e con l’altra mano, quella libera, mimavano distrattamente la forma di una rivoltella. Puntata verso l’alto, in cielo. Adesso su internet circolano immagini di un anziano signore che occupa ogni angolo possibile della vita pubblica, intossicandola con il suo affarismo perverso, le sue manie, le sue ossessioni da Quarto Potere. E nel frattempo c’è chi si fa portavoce dell’alternativa, della diversità, del meno-siamo-meglio-stiamo, mimando pistole e istigando alla violenza cieca e fracassona. Ma è un armamentario che non fa paura più a nessuno. L’accanimento con cui questi gruppuscoli si dedicano alla propria demolizione è corrispondente alla loro inconsistenza nella società.

Del resto è un universo più piccolo di quanto appaia, quello nel quale fluttuano le cellule del radicalismo italiano, e non solo. Alterna precariato e zapatismo, controlli della Digos e «segnalazioni» per possesso di droga, «resistenze attive» e tecniche di coltivazione dell’hashish; un universo fatto da ritualità provinciali – il centro sociale occupato dove si inviano mail in Palestina ma si parla solo napoletano, il baretto sotto casa, la facoltà occupata –, o addirittura domestiche – spaghetti e vino, sonno e svogliatezza, sussulti rivoluzionari e lunghi torpori.
Un concerto perfetto, suo malgrado verrebbe da dire. Che ha mostrato senza pietà a che punto è la sinistra radicale. Anzi, a che punto è sempre rimasta. La destra al potere sarà sicuramente razzista, fascista e puttaniera, ma ha dimostrato di avere una perversa vitalità sconosciuta a questa sinistra mortifera e depressiva.

1 commento:

manu ha detto...

è morto un mito...
ma anche o'zulu ha un cuore...