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mercoledì 12 novembre 2008

La condizione post-nazionale e l'epiteto razzista: il caso Carlabrunì.



Riflettevo ieri sulle ultime dichiarazioni della ex modella Carla Bruni, ora first lady all'Eliseo, a proposito della battuta di Berlusconi su Obama.
"Felice di non essere più italiana."
Aldilà della condivisibile indignazione per la figuraccia internazionale, mi chiedevo quali rischi, quali ingiustizie porta con sé una tale superficialità nell'attribuire un valore (o un disvalore, come in questo caso) ad aggettivi che di per sé non voglio dire nulla, assolutamente nulla. Mi riferisco all'idea secondo cui si possa "uscire" o "entrare" da una condizione di etichettamento a piacimento, con il solo cambio di residenza, o del passaporto. 
Soprattutto, mi chiedevo che senso abbia parlare, nel 2008, di condizione nazionale in un modo così grossolano e spietato. Quanti, nei giorni scorsi, sono scesi in piazza con le facce pitturate di nero, e quanti hanno (letteralmente) intasato la posta del NY Times per "chiedere scusa" a "nome dell'Italia"? Eppure anche loro, anche quelli che si sono indignati per l'infelice "abbronzato", si sono visti, improvvisamente, coinvolti e insieme ripudiati (implicitamente, ma ripudiati) nell'etichettamento.
 
La condizione post-nazionale riguarda tutti e probabilmente la Bruni non era più "italiana" (nel senso che intende lei) già prima di lasciare l'Italia. Così come ci sono molti iper-italiani nascosti tra il qualunquismo televisivo, con il passaporto inglese, tedesco o francesce, che hanno avuto la fortuna (o l'accortenza) di scegliere o anche semplicemente la fortuna di nascere in un paese con una storia diversa - ho detto diversa, non migliore o peggiore - della nostra. 
Ci si chiedeva su queste pagine, in tempo di elezioni: "siamo sicuri che gli italiani siano migliori del governo che li rappresenta?". 
Non so rispondere a questa domanda, così come non so rispondere alla domanda se gli americani in questi otto anni fossero migliori o peggiori del governo Bush, e così per i francesi nei confronti di Sarkozy. Ma sono sicuro che dietro un aggettivo - un'etichetta - che da solo non vuol dir nulla, ci sono delle differenze. E queste sì, che vanno avvalorate o disvalorate. 
Se anche una minuscola minoranza è lì a dimostrare che una differenza - una resistenza - c'è ed è viva, allora vaffanculo Carlabrunì e vaffanculo il Berlusca. "L'abbiamo/l'avete votato noi/voi", ma noi/voi chi? Accetto l'onere della rappresentanza politica, non sfuggo dalle dinamiche del potere: ma non accetto d'essere incluso in campi di etichettamento superficiali. Il mio essere post-nazionale ha ben altri pesi: posso non votare ma pagherò comunque le tasse e sarò succube di un sistema economico-legale ormai globalizzato. Mai come ora le decisioni prese dai votanti (o non votanti) americani si ripercuoteranno nella mia busta paga, nella mia istruzione. Nel mio giardino. Ma questo è un altro discorso. 
Quello che risalta agli occhi è che una condizione così intrinsecamente debole ha ben altri problemi, ma si dedica a riscattarsi giocando con la nazionalità. 
I mandati di cattura ormai sono internazionali e il professorino brigatista verrà braccato anche in Francia, dove la sorella di Carlà è pronta a soccorrerlo. Ma è proprio così che devono andare le cose? Invece di cercare il conflitto (e l'orgoglio) giocando con le facili etichette, sarebbe meglio spostarlo sulle opinioni, sulle idee, per quanto forti e violente possano essere. Il resto del gioco - reagire al nazionalismo o razzista usando gli stessi strumenti, legittimandolo - è quantomeno rischioso: la maggior parte delle volte, poi, è ingiusto.

PM

p.s.: il video non centra nulla (oppure sì?), ma è forse la cosa migliore che gli spin-doctors di Veltroni abbiano trovato negli ultimi anni.

domenica 2 novembre 2008

Impatto profondo.

Lo straripante ottimismo che circonda Obama mi inquieta. Da un lato non vorrei accodarmi a certi cinici di professione per i quali i simboli e la forma non contano quanto la cruda realtà che nascondono; dall'altro però vorrei vederli trionfare, certi simboli, prima di esultare anzitempo. E' anche vero, però, che mai come in questi giorni mi catapulterei in una sala biliardo dell'Ohio per respirare l'atmosfera di quelle parti. E invece passo i miei giorni a scrivere la tesi, chiuso nel mio tugurio. Poi ripenso a quand'ero appena quattordicenne, e mio padre mi aveva appena portato a vedere un orrendo filmaccio di fantascienza, nel quale un'asteroide grosso come dieci campi di calcio si stava per schiantare sulla Terra: beh, in un film di questo genere, il presidente americano era interpretato da Morgan Freeman. Un attore di colore. Il film era Deep Impact ed era appena il... 1998.
...prendetevi un minuto per riflettere e capirete la portata del voto del 4 Novembre.

"CHE stia avvenendo qualche cosa di nuovo nel paese Italia, nel paese Europa e in tutto il mondo è sotto gli occhi di tutti... Tutto è possibile anche se stento a crederlo.

Però qualche cometa in cammino c'è: tra quarantott'ore voterà l'America e forse avremo un giovane meticcio di pelle scura alla guida della più grande potenza mondiale. Incredibile ma possibile, anzi probabile. I pessimisti ad oltranza si rassicurano ripetendo che anche se ciò avvenisse nulla cambierebbe perché il potere è il potere e chi lo amministra si comporta sempre allo stesso modo da che mondo è mondo.

Il potere è il potere, questo è vero; ma non ha mai la stessa forma e lo stesso volto. Un nero alla guida degli Stati Uniti non somiglia a nessun altro inquilino tra quelli che l'hanno preceduto alla Casa Bianca se non altro per il fatto maledettamente oggettivo d'avere alle spalle un popolo che fu portato in catene nelle pianure della Florida, del Texas e del Tennessee.

Lui farà probabilmente di tutto per non vedersi così, ma gli altri è così che lo vedranno e si aspetteranno un potere che abbatta le barriere tra gli uomini di buona volontà. E lui non potrà deluderli proprio perché lui il potere lo ama."
Eugenio Scalfari, La Repubblica, 2 novembre.

mercoledì 15 ottobre 2008

Tempi che stiamo vivendo. /1

I PERICOLI CHE CORRE OBAMA

di
Paul Krugman


LA CRISI non è l'unico avvenimento temibile in corso. Un'altra bruttissima cosa si sta profilando sullo scenario politico: mentre diminuiscono sempre più le chance di John McCain di essere eletto, le folle che accorrono ai suoi comizi elettorali sono, a detta di tutti, sempre più preda di una folle isteria collettiva. Non si tratta di un mero fenomeno di massa. Lo si percepisce dai mezzi di informazione della Destra e in una certa qual misura dai discorsi stessi di McCain e di Sarah Palin. Abbiamo già assistito a un fenomeno di questo tipo. 

Una delle realtà oggettive che da un certo punto di vista sono state completamente cancellate dalla storia convenzionale della politica è l'isteria pura che contrassegnò gli attacchi ai Clinton - erano trafficanti di droga, avevano fatto ammazzare Vince Foster (oltre a molta altra gente), erano in combutta con potenze straniere. Tutte queste baggianate non sono apparse soltanto su pubblicazioni di secondaria importanza: sono state discusse al Congresso, sono state confermate dalla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e così via. Tutto ciò si può sintetizzare in una constatazione: una significativa percentuale della popolazione americana, sostenuta da moltissimo denaro e forti influenze politiche, molto semplicemente non considera legittimo un governo in mano ai liberal (e nemmeno a liberal molto moderati). Si supponeva che Ronald Reagan avesse sistemato la questione una volta per tutte. 

Che accadrà se sarà eletto Barack Obama? Le cose andranno ancora peggio di come sono andate durante gli anni dell'Amministrazione Clinton. Di sicuro salteranno fuori accuse folli, e non mi stupirei di assistere anche a episodi di violenza. I prossimi anni saranno molto, molto difficili.